Future Day

[Immagine tratta da Wired.it]

Oggi è stato il Future Day indetto dalla rivista Wired.

Una giornata all’insegna della tecnologia, dell’innovazione, della robotica, delle start-up.

Io, per impegni di lavoro, ho partecipato “solo” a due incontri: la riunione della redazione di Wired aperta ai lettori, e la mini-conferenza condotta da Emil Abilrascid incentrata sull’innovazione e le start-up.

Durante la riunione di redazione mi sono divertita ad ascoltare l’impostazione del giornale e la molteplicità degli argomenti trattati: dal prossimo Salone del Mobile all’Architettura, dalle auto tecnologicamente evolute alla tendenza che sta arrivando da oltre-oceano del rallentare e dell’essere silenzioso in un mondo dove tutti parlano, dalla politica ai libri.

Un bel brainstorming.

Quello che mi è sempre più chiaro, è l’importanza delle contaminazioni di ambiti diversi ma comunque collegati tra loro da un Filo Rosso molto importante: la Cultura in questo mondo dagli aspetti sempre più variegati e sfaccettati.

In serata ho ascoltato la storia della nascita di 5 start-up: MobiRev (sulla mobilità urbana), Qurami (una applicazione “time saver”, relativa alla gestione delle code negli uffici pubblici), Impossible Living (una applicazione destinata a censire gli immobili abbandonati, nell’ottica di un recupero e riqualificazione, di cui avevo letto qualche giorno fa un post di InTime), RestoPolis (una applicazione relativa alla ristorazione) e Wise (un start-up relativa all’ambito biomedicale). E’ stato interessante ed incoraggiante ascoltare dalla viva voce dei protagonisti, i successi e le difficoltà che si incontrano quando si realizza un progetto tutto nuovo.

Spettacolare la location (il ristorante temporaneo The Cube di Electrolux).

Alto il contenuto: innovazione a 360°, che ha costituito una ghiotta occasione di crescita e di raccolta di spunti di riflessioni ed arricchimento.

Si dovrebbe parlare di più, ed in modo più diffuso di questi argomenti.

Dovremmo essere sempre in di più a voler imparare cose nuove, a volerci arricchire culturalmente, a voler trovare spunti per creare e costruire qualcosa di nuovo, a volere contaminare ed incrociare argomenti disparati, trovando nuove connessioni.

La location dell’evento: The Cube

Sperimentazione vs. Programmazione

Quando ci sono in gioco i nostri possibili sé, ciò che avviene si può assimilare a una feroce competizione darwiniana in atto dentro di noi.

Ci sono dei momenti nei quali dei libri ti capitano, così come per caso… E questo è per me uno di quei momenti.

E’ un periodo nel quale ho tanti libri iniziati e nessuno finito, che porto stancamente avanti, quasi priva di motivazione, e facendo molta fatica a trovare spunti e “quel qualcosa in più” che mi fa avere l’illuminazione e l’ispirazione, accendendo i motori che mi fanno divorare ed assaporare in pieno il testo che mi ritrovo tra le mani.

Ma, proprio qualche giorno fa, cercando senza uno scopo preciso, vado (spinta da non si sa che cosa) a consultare il profilo di Anobii di Helga Ogliari e trovo tra i suoi libri, il testo di Herminia Ibarra: “Identità al lavoro – Strategie non convenzionali per trasformare il lavoro (e la vita)” (ed. ETAS – anno 2006).

Mi informo un po’, leggendo recensioni sul web, e – senza perdere molto tempo – lo ordino e – ricevuto – ne inizio la lettura.

E mi si apre un mondo…

Finalmente trovo un testo che, per come lo sto leggendo e lo sto interpretando, capovolge tutti i concetti di programmazione che – ora più che mai – mi stanno stretti.

Finalmente trovo un testo nel quale vedo scritto (nero su bianco) quanto io sto provando in questo momento che viene descritto come una transizione.

Finalmente trovo riflessioni sulla importanza della emotività e della propria storia all’interno della propria professione; professione vista come una manifestazione della nostra identità (di una delle nostre innumerevoli identità).

Finalmente viene ufficialmente sdoganata con una bella parola (“sperimentazione” e/o “esplorazione“) quella fase della tua vita professionale nella quale ti accorgi che stai vivendo un disagio che ti porta ad aprirti a nuovi interessi, navigando trasversalmente tra ambiti (dei più disparati), flirtando con nuovi sé (una espressione usata dalla stessa autrice), testando quale può essere quello da sviluppare e che ti porterà verso nuove strade.

Delle fasi di transizione, del disagio interiore e della disapprovazione della tua cerchia di conoscenze più strette (che ti vorrebbero sempre uguale) ne viene data descrizione, spiegandone la assoluta naturalezza della loro esistenza all’interno del processo di cambiamento, che può anche durare anni. D’altronde un cambiamento di identità non può essere pianificato a tavolino, non può avvenire in tempi ridotti, ma richiede tempi di gestazione adatti al consolidamento del nuovo sé.

Ed è un libro di conforto (almeno per me) perchè trovo riscontro di quello che sto vivendo ora, trovo un pezzo di me in ogni storia raccontata e trovo anche una collocazione anagrafica incredibilmente vicina alla mia età (tutte le storie raccontate riguardano persone intorno ai 40 anni e più).

Un libro che consiglio caldamente a chi sta vivendo una fase di cambiamento (magari non ancora ben definita), che sta cercando la propria strada, che si sente “vecchio” o “obsoleto” (soprattutto leggendo quello che viene scritto da più parti, con toni pessimistici) e che vuole cambiare ma non riesce a seguire i diktat della programmazione, della scrittura per obiettivi, delle “to do list” e che non trova soddisfazione nel confronto con gli head-hunter (o i consulenti vari).

Sperimentare, coltivare amorevolmente come una pianticella le proprie passioni ed i propri interessi e… “seguire il flusso” (perchè no?!).

Facendo così, senza abbandonare la speranza, e pagando (un po’ a malincuore) l’abbandono di vecchi legami a favore di nuovi legami (che ci vengono incontro con i nostri nuovi interessi), con i giusti tempi, troveremo la nostra strada…

A me è tornata la speranza ed ora mi sento sulla strada giusta, seppur un po’ caotica (per il momento…).

Non sono inconcludente. Non sono confusa. Non sto uscendo di senno.

Sto solo cambiando.

Ed adesso so che posso farlo con serenità.

A lezione di Personal Branding e Talento

“Con l’obiettivo di costruire una solida immagine di se.
Con l’obiettivo di non arrestarsi ad un metro dal traguardo.
Con l’obiettivo di abbandonare porti sicuri per conoscere nuove realtà.
Con l’obiettivo di muoversi ed essere nomadi per andare ad imparare da chi ne sa più di me.
Il tutto coi giusti tempi e ritmi, ma senza essere troppo lenti, e fidandosi dell’istinto.
Andiamo incontro al 2012…” [appunti dalla Timeline di Facebook - 21 dicembre 2011]

La riflessione che ho riportato qui sopra, scritta alla fine del 2011, rappresenta la traccia che spero di perseguire in questo 2012 (annusando la rete e restando ricettiva alle proposte che – confido – di incrociare lungo il corso dell’anno), con l’obiettivo di mantenere aperto un percorso di formazione permanente, che esuli da corsi di specializzazione meramente tecnici.

La partenza è decisamente ottima: ho ascoltato Massimo Lumiera in una Master Lecture di Casa Imbastita Campus (e venerdì prossimo parteciperò alla presentazione della nuova sede del Piemonte) e sabato scorso sono andata a Villafranca di Verona, ad ascoltare Sebastiano Zanolli sul Personal Branding (nella cornice del bellissimo Museo Nicolis).

Avevo già avuto modo di ascoltare Sebastiano per mezza giornata durante un corso residenziale a Livorno, restando con la necessità di voler sapere di più (troppo poco tempo con troppa carne al fuoco). E ho colto l’occasione di questa giornata di formazione per tornare ad ascoltarlo, per imparare qualcosa di più che uscisse dai confini del digitale (di cui avevo ascoltato da Luigi Centenaro in un Coaching Lab).

E’ stata una giornata ricca di spunti e riflessioni.

Sebastiano ha condiviso idee su come procedere nella costruzione del proprio Brand, suggerendo trucchi del mestiere, domande strategiche da porsi ed indicando quali possono essere gli errori più comuni nei quali si rischia di scivolare.

La presenza di Simone Ardoino di Creare Passaparola, è stata occasione per un rapido excursus sui social network più comuni (fonte e porta di accesso ad infinite possibilità, avendo cura di ciò che si condivide…).

Insieme ad un gruppo variegato di persone (provenienti dagli ambiti professionali più disparati: dal web, al tecnico, all’assicurativo, al design, alla moda,…), si è ragionato, si sono condivise esperienze lavorative e abbiamo acquisito tutti qualche strumento in più, da mettere nella nostra cassetta degli attrezzi e da utilizzare per costruire qualcosa di nuovo o di diverso.

Ed oggi, riflettendo sull’esperienza vissuta, ho pensato che un fondamento importante da tenere presente, la base di partenza, è comunque essere sé stessi (con le proprie caratteristiche che ci distinguono dagli altri, le nostre unicità, i nostri valori), essere congruenti (pensare ciò che si fa e fare ciò che si pensa), ascoltarsi ed apprezzarsi per quello che si è (nelle innumerevoli sfaccettature create dalla nostra esperienza).

Perchè sì, va bene, imparare tecniche di costruzione e affinamento del proprio Brand (inteso come persona fisica). Va bene, costruire a tavolino la “gioiosa macchina da guerra”. E va bene, imparare le tecniche di estrazione del proprio talento.

Ma quello che ci distingue dagli altri è la nostra unicità: tutto un bagaglio di esperienze professionali e non, che – stratificandosi – ci hanno formato e ci hanno reso unici. Secondo me questo costituisce le fondamenta per scovare i nostri talenti e costruire il proprio autentico Personal Branding (non frutto di idee e spunti “altri”).

Perché se non c’è questo lavoro di partenza (e si costruisce un brand personale a tavolino, senza fare tesoro del proprio bagaglio culturale), è come se si iniziasse a costruire una casa dal tetto (oltre che risultare poco credibili), con risultati insoddisfacenti.

Immagine tratta da Viadeo Blog

Francesco Tesei – Il Mentalista

“Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è: infinito” [William Blake]

La frase di apertura di questo post è ripresa pari-pari dalla pagina di Benvenuto del sito Il Mentalista di Francesco Tesei, che ho avuto l’onore di vedere ieri sera per la prima volta al Teatro Nazionale di Milano, con il suo spettacolo “Mind Juggler“.

Ne avevo sentito parlare per la prima volta da Claudio Belotti, che ne raccontava le gesta nel suo post “Ieri sera mi sono divertito“, di quasi un anno fa.

Da allora mi è rimasta la curiosità. Che – per pura fortuna (o forse no?!) – ho potuto soddisfare grazie ad un post dei primi di dicembre di un amico su Facebook, che annunciava il suo spettacolo di Milano per i primi di febbraio.

E finalmente, dopo la lunga attesa, ieri sera ho avuto il piacere di vedere all’opera questo straordinario personaggio.

Ho visto uno spettacolo molto bello e sofisticato, di ispirazione “magrittiana” (la scenografia e l’abbigliamento di Francesco ricordano i quadri di Magritte).

Ho visto (per lo meno ho cercato di vedere) all’opera strumenti molto sofisticati di linguistica, di suggestione e di linguaggi verbali, non-verbali e para-verbali.

Uno spettacolo per gli occhi e per la mente.

Una sfida costante nel cercare di cogliere almeno l’ombra degli strumenti utilizzati dall’artista, lasciandosi coinvolgere da suggestioni di miltoniana memoria.

Uno spettacolo da vedere, durante il quale ci si stupisce, si scuote la testa increduli, si ride (grazie all’ironia di Francesco) e si riflettere sulla nostra vulnerabilità davanti alle suggestioni alle quali veniamo continuamente esposti nell’arco della nostra giornata.

Sì, perchè Francesco Tesei ti spiega e ti accompagna in un viaggio attraverso “Pensiero – Azione – Immaginazione” (come recita il suo motto) con ironia e con l’obiettivo di farti divertire e di farti pensare.

Consigliatissimo!

L’attimo…

Carpe Diem
[Cogli l'attimo]

Orazio, da “Carmina” 1, 11, 8

L’attimo…

Già…

Quella frazione di secondo nella quale (in una sorta di distorsione temporale) tutto rallenta, e si sospende, e tu percepisci… (soprattutto, per me, con la pancia e con la mente, che scansiona ed analizza convulsamente, ponendo decine di domande di verifica e conferma)

Percepisci qualcosa e devi decidere rapidamente cosa fare e cosa rispondere.

E, spesso, se l’impatto emotivo è piuttosto elevato, ti blocchi e sei incapace di prendere decisioni “rischiose” (giudicate tali da stravaganti convinzioni limitanti), scegliendo strade più comode (la famosa e nefasta “area di comfort”).

Giocandoti così una opportunità.

M’è successo? Sì, m’è successo un’altra volta…

Quando mi rendo conto, in genere, mi guardo allo specchio e mi do’ dell’imbecille… (cosa accaduta stamattina)

E mi consolo dicendo: “Vabbè, se è destino ci sarà una seconda occasione…

Magra consolazione, ma dopo lo “shampoo” che mi auto-infliggo ci sta, per risollevare un po’ il morale…

Ovviamente questo non succede quando le decisioni devono essere prese in reali condizioni di emergenza e quando la logica gioca un ruolo fondamentale.

Lì viaggi che è ‘na bellezza!

È quando c’è in gioco la parte emotiva, quella più ricca e sfaccettata, che c’è parecchio attrito…

Tanta paura nel mettersi in gioco e nel rischiare.

Ma così facendo, si perdono delle opportunità.

E se va male??? Al limite ti viene detto di no.

Ci guadagni in chiarezza e non ti resta il dubbio di esserti giocato qualcosa di importante (per te)…

Immagine tratta da Google Image

01-02-2012 Riflessioni sulla perdita di tempo…

Il tempo che si perde nel farsi “riflessioni” su questioni (apparentemente?) indefinite è abnorme.

Lo sto percependo in maniera netta negli ultimi mesi, dove mi accorgo sempre più che quello che effettivamente va fatto, può essere svolto in 1/3 del tempo che si spende normalmente, persi in filosofeggiamenti senza fine.

Se si riuscisse a comprendere questo, avremmo molto più tempo a disposizione per costruire altro.

Invece siamo qui, a discutere di questioni che ci sono state riportate da altri, in loop senza fine.

E per capirsi bisogna fare riunioni su riunioni, volendo così dimostrare che “siamo presenti” e “sul pezzo”, parlandosi addosso.

Per quanto mi riguarda questo è uno dei più grossi dispendi di tempo ed energia, capaci di sfiancarti e distruggerti.

Sintesi. Ci vuole sintesi.

Ma alcune persone la rifiutano, spaventate dal vuoto che si verrebbe a creare se la applicassero.

Anzichè vederla come una opportunità di spazio da riempire con cose nuove, la vedono come vuoto da saturare con parole inutili.

Tutto ciò è veramente molto faticoso e difficile da sostenere.

Mentre il tempo scorre via inesorabile…

Casa Imbastita Campus

Ieri pomeriggio ho partecipato come ospite alla Master Lecture tenuta da Massimo Lumiera ed ho avuto finalmente il piacere di conoscere alcuni amici di Facebook, creatori di Casa Imbastita Campus: Mauro Baricca, Demetrio Pisani, Orazio Grillo ed Antonella Cabriolu (oltre ad avere conosciuto altri compagni digitali di chiacchierate).

E’ stata una bella lezione sulla Finanza Comportamentale, su come le decisioni “di pancia” incidono anche nell’apparentemente freddo, logico, numerico ed oggettivo mondo della Finanza. Una miriade di spunti da approfondire. Un ottimo punto di partenza e piattaforma  di sviluppo di corsi e seminari dove verticalizzare le riflessioni su questa scienza che unisce la Psicologia all’Economia.

Una riflessione molto esaustiva è stata riportata questa mattina da Antonella nel suo profilo Facebook e che riporto qui sotto, nel caso chi legge non vi riesca ad accedere:

“Le scelte economiche si basano solo sulla razionalità perfetta o sono influenzate da fattori diversi?

Sappiamo sempre qual è la scelta migliore e più conveniente quando decidiamo di spendere i nostri soldi?

Quanto incide l’emotività nelle scelte economiche, in situazione di crisi e di incertezza,  che gli imprenditori fanno per la propria azienda?

Secondo la teoria classica, esiste un homo oeconomicus in grado di effettuare tutte le scelte di tipo economico basandosi esclusivamente su fattori razionali. In realtà tale figura è solamente teorica e molti studi, partendo da Simon (Teoria della “razionalità limitata”) hanno dimostrato che l’uomo, nell’assumere decisioni, si fa condurre da una serie di altri elementi che hanno poco a che fare con la razionalità. Si  potrebbe parlare di razionalità perfetta se, nel momento della decisione, fossimo in grado di avere un quadro completo di tutti gli elementi in gioco e le conseguenze dell’uso di tali elementi. In altre parole, per effettuare una scelta a razionalità perfetta, dovremmo conoscere ogni singolo elemento, la sua influenza nei confronti degli altri elementi e le conseguenze delle interconnessioni. Davvero un quadro difficile da gestire, anche per la mente più geniale!

Il nostro sistema cognitivo ha dei limiti e le sue risorse non sono infinite. Il nostro cervello non è in grado, non trattandosi di un calcolatore, di “processare” tutte le informazioni che potrebbero essere necessaria alla definizione di un quadro completo delle possibilità. Cosa avviene allora? Il nostro cervello fa delle scelte, decide cioè di utilizzare solo alcune di queste informazioni e lo fa in modo  euristico, utilizza cioè le cosiddette “euristiche di pensiero”, che sono scorciatoie che ci permettono di fare scelte veloci, senza prendere in considerazione tutti gli elementi che entrano in gioco, ritenendole quelle migliori perché dettate dall’intuito.

Sugli aspetti psicologici, legati alle conseguenze di errori cognitivi, e sulla interazione tra psicologia delle decisioni e finanza è nato un campo di ricerca che prende il nome di “finanza comportamentale”. Questi studi dimostrano che le persone, nel nostro caso gli imprenditori, nel momento delle scelte vengono influenzati da stereotipi, pregiudizi, esperienze passate e da reazioni di tipo emotivo che variano a seconda della situazione di partenza e che hanno una connotazione particolare in caso di incertezza e di rischio, contravvenendo quindi ai  dettami della razionalità.”

La cosa che mi amareggia sempre un po’ quando assisto a queste lezioni, frequento corsi di crescita personale e non, è che c’è sempre poca gente. Vorrei vedere più gente. Vorrei vedere che c’è più gente che ha volontà di cambiare e che si attrezza con i giusti strumenti per affrontare questi periodi incredibilmente fluidi e dinamici. Invece siamo troppo pochi.

E quando parlo ad altre persone di queste esperienze, vedo sguardi che vanno dall’interessamento (perché argomenti effettivamente poco conosciuti ai più), alla incredulità, fino ad arrivare allo scetticismo puro (vedendomi rivolgere – a volte – anche sorrisetti di compatimento). Ed è un peccato, perchè vedo persone appallottolate su sé stesse, ficcate dentro loop negativi e totalmente sorde a stimoli esterni che potrebbero fornire nuovi punti di vista e vie di uscita inaspettate.

Posso anche comprendere che qualcuno mi venga a dire che certi corsi, certi Master, hanno costi elevati e comprendo perfettamente questa osservazione: sono la prima che lancia strali contro i super-master dai costi assurdi. Però, facendo i dovuti distinguo, ci sono tante possibilità per informarsi e crescere: frequentare qualche corso (e magari rinunciare ad altre gratificazioni immediate tipo un paio di scarpe nuove, inutili, una borsa,…), leggere libri, informarsi su internet (ormai un pozzo impressionante di informazioni), ecc. ecc.

Se c’è la volontà di crescere, le risorse per farlo le si trovano. Costa tempo e fatica, certo, ma il ritorno poi ti ripaga ampiamente.

Immagine tratta da Casa Imbastita Campus

Del buon cinema… almeno per me…

Leonardo Di Caprio in “J.Edgar”

Oggi sono andata a vedere il film “J.Edgar” con Leonardo Di Caprio (nel ruolo di J.Edgar Hoover, fondatore e direttore per 28 anni dell’FBI), per la regia di Clint Eastwood.

Pur avendo letto ed ascoltato critiche discordanti (alcune non particolarmente entusiasmanti, soprattutto per la regia), l’ho trovato un bel film. Ben fatto, molto ben recitato (Di Caprio è semplicemente gigantesco… più invecchia, più diventa bravo), con una bella ricostruzione di ambientazioni, costumi, volti e storia.

Non so quanto sia ispirato alla storia vera e quanto frutto di una sceneggiatura romanzata, fatto sta che dipinge la figura di un uomo ambiguo, contradditorio, incredbilmente fragile e – proprio per questo – celato dietro una visione del mondo al limite della paranoia, estremista e violenta (la difesa del proprio Paese con qualsiasi mezzo, d’altronde “a volte bisogna piegare le leggi per ottenere le cose” recita – più o meno – una delle battute cardine del ricco dialogo del film).

Non sarà stata una delle migliori prove da regista di Clint Eastwood (a detta di alcuni), ma io l’ho vista come una sua riflessione sulla democrazia e sulla sottile linea di demarcazione che la separa dalla dittatura e dalla violenza attuata per difenderla a qualsiasi costo, ed imporla a qualsiasi costo. Un tema molto-molto attuale, che evidentemente non è una novità e non passerà purtroppo mai di moda (soprattutto in un Paese come gli Stati Uniti, fortemente contradditorio su questo fronte).

Ho passato un paio d’ore vedendo ed ascoltando un buon prodotto, ben fatto, che mi ha dato modo di farmi qualche riflessione semplice ed utile. Sono uscita dalla sala con un bel senso di soddisfazione dato dall’avere visto un bel film.

Analogamente, settimana scorsa sono andata a vedere con un amico “La Talpa“, tratto dall’omonimo best-seller di John Le Carré.

Cast immenso. Giusto per citare qualche nome: John Hurt (una apparizione di pochi minuti, di grande intensità), Gary Oldman e Colin Firth (molto bravi) ed un manipolo di volti noti del cinema (caratteristi), tutti impegnati in una eccellente recitazione di stampo teatrale.

Film molto-molto lento, ma molto ben fatto: bella ambientazione con una ricostruzione molto accurata di luoghi, costumi, usi, e colori.

Sono cosciente che la pellicola può risultate noiosa (qualche cedimento di attenzione da parte di alcuni spettatori c’è stato), ma io l’ho trovata degna di attenzione, fosse anche solo per seguire la trama, abbastanza complicata. L’amico che era con me (che ha letto il libro) ha detto che il film rispecchia molto bene il libro, con dei tagli alla trama eseguiti in maniera accurata (senza compromettere la struttura narrativa).

Devo dire che con questi due film (ed il precedente “Le idi di marzo“) ho ripreso il piacere di andare al cinema, dopo un paio di anni di quasi latitanza e svogliatezza (non trovavo nulla che attirasse la mia attenzione, inseguita da “un senso di scontato”).

Non ho grandi pretese da un film. Non sono una intellettuale. Per me un film deve farmi distrarre e divertire, ma anche pensare. Non deve essere volgare e/o violento (ammetto violenza e volgarità se inserite in un contesto preciso di trama). E devo uscire dalla sala soddisfatta (ogni tanto qualche cantonata la prendo…).

Questo non vuol dire che escluda a priori film di cassetta, anzi! Ho visto “Sherlock Holmes 2” (divertendomi, meno del primo ma divertendomi lo stesso), andrò a vedere “Mission Impossible: Protocollo Fantasma“, “Il grande Gatsby” di uno dei miei registi preferiti (il visionario Baz Lurhmann), il prossimo “Batman” (per la regia di un altro dei miei registi preferiti: Christopher Nolan) e altre pellicole che usciranno nel corso della stagione.

Ma per ora il prossimo appuntamento è con “Iron Lady” con Meryl Streep (che narra la storia di Margaret Thatcher), in uscita il 27 gennaio.

Peter Guillam e Gary Oldman ne “La Talpa”

I “nuovi” social network

Oggi mi sono imbattuta in un articolo di Ninja Marketing: “I 5 social network del 2012″.

L’autore, Alberto Maestri, elenca i magnifici cinque che – stante i livelli di crescita esponenziale che stanno avendo in questi mesi – potrebbero diventare le entità digitali destinate a competere seriamente con Facebook & Soci:

  • Twitter
  • Tumblr
  • Pinterest
  • Posterous
  • Instagram

Fatto salvo Twitter (che conosco abbastanza bene e che utilizzo con discontinuità), che si sta avviando a diventare un colosso per numero di iscritti (qui un articolo che parla della sua crescita) grazie alla sua semplicità di utilizzo (iscriversi è semplicissimo) e alla sua sinteticità (140 caratteri per esprimere pensieri ed opinioni e/o per rilanciare notizie in rete), gli altri li conosco poco o per nulla.

Instagram lo utilizzo attraverso l’iPhone, condividendo in rete (in tempo reale) le foto scattate (e debitamente “manipolate” grazie alla disponibilità di effetti da applicare). Condivisione che avviene sia  su Instagram stesso, sia su Twitter e sia su Facebook.

Sono invece approdata da qualche giorno su Pinterest (grazie all’invito di un amico): prima di leggere l’articolo di Ninja Marketing, stavo iniziando a comprendere che si tratta di un social network stile Twitter, però per immagini (tutte splendide). Sono ancora in fase di approccio e comprensione e proprio oggi ho condiviso la prima foto, rilanciandone una pubblicata che mi piaceva particolarmente. Lì sono le immagini (e le suggestioni che evocano) a parlare. Esperimento interessante che cercherò di seguire e sviluppare il più possibile, introducendo gradualmente qualcosa di mio.

Non so nulla invece di Posterous. E credo che per il momento soprassiederò per effettivi problemi logistici e di gestione dei vari profili.

Tumblr mi lascia invece un po’ perplessa. Non ne riesco a comprendere appieno la funzionalità e ciò che lo distingue dal resto. Sembra un ibrido tra WordPress (quindi un blog) e Twitter, senza una identità ben precisa come il “pennuto” (come chiamo Twitter), il blog, Pinterest o altri. Allo stato attuale non riesce a catturarmi con una caratteristica che attiri la mia attenzione e mi faccia venire voglia di usarlo. Forse è solo una oggettiva mancanza di tempo da dedicargli.

Quello che comunque mi fa riflettere, e non smette mai di stupirmi, è la “velocità sempre più veloce” di evoluzione dei social network. E’ pressochè impossibile seguirli tutti e diventa sempre più importante e necessario fare delle scelte, pur essendo attirati dai nuovi orizzonti – in costante evoluzione – che il web offre.

Breve nota su Facebook: sono – credo – una delle poche che apprezza la nuova veste “Diario” di Facebook. Mi piace sia graficamente, sia per organizzazione di notizie. Credo che questa evoluzione porterà ad una auto-selezione degli utilizzatori e dei contenuti da loro condivisi, come anticipato dagli articoli del Sole 24 Ore e di Wired letti qualche giorno fa, dove si parla di modifica delle abitudini di fruizione e condivisione dei social network.

Immagine tratta da www.freeiconsdownload.com

L’anno delle energie rinnovabili

Il 2012 è stato proclamato l’anno delle Energie Rinnovabili dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Nell’articolo pubblicato qualche giorno fa sull’edizione online di Wired (50 consigli per un 2012 a zero emissioni), vengono forniti 50 consigli per vivere eco.

Leggendolo mi sono fatta alcune riflessioni e ho analizzato cosa faccio, nel mio piccolo, per essere più eco:

  • uso dei mezzi pubblici (oltre ad inquinare meno, mi infliggo meno stress e attuo un consistente risparmio monetario);
  • uso di cosmetici ecologici non testati sugli animali (Dr Hauschka e Weleda: ingredienti naturali provenienti da agricoltura biologica e/o biodinamica, confezioni in vetro e alluminio, con minime parti in plastica, cruelty-free; e sto esaurendo i saponi da supermercato per passare a Lush);
  • spegnimento della illuminazione domestica non necessaria;
  • spegnimento dello stand-by degli elettrodomestici;
  • riduzione degli acquisti di scarpe, abiti, ecc. (se non è necessario… e se uno ci pensa, gli serve molto meno rispetto a quello che acquista);
  • donazione degli abiti usati (mai buttati via, a meno che non siano rotti).

Non ho l’aria condizionata in casa: a volte – nelle giornate (e nottate) torride – mi maledico per non averla messa, però uno se la può cavare con ventilatori e bevande fresche.

Proprio oggi ho acquistato i miei primi eBook: meno carta e meno ingombro (anche perché fra poco esco di casa e cedo l’appartamento ai libri). Faccio bene all’ambiente e riduco i volumi.

E proprio oggi ho finito anche le bottiglie d’acqua (di plastica). Faccio una prova con l’acqua del rubinetto (Coop sta conducendo una forte campagna di sensibilizzazione in tal senso), vediamo se funziona. Penso sia solo una questione di abitudine. Lo faccio perchè sconvolta dalla quantità di plastica che produco come unità familiare mononucleare. E non riesco a ridurne il quantitativo.

Vivo in un comune dove si fa una raccolta differenziata molto spinta: umido, secco, plastica+polistirolo, vetro+alluminio, carta. Le montagne di carta e di plastica che produco nell’arco di una settimana sono impressionanti. Ben poco produco di secco, umido, vetro ed alluminio. E’ evidente che devo aggiustare qualcosa in termini di consumi.

Quindi ci provo e aggiungo a quello che già faccio: digitalizzazione (riduzione della carta e stampa il più ridotta possibile, anche in ufficio) e passaggio all’acqua del rubinetto (nella speranza di ridurre la plastica).

Per il resto… Credo non arriverò mai ad allevare una gallina… Mai dire mai nella vita, però…

Immagine tratta da sito www.riqualificazioneenergetica.info

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