Libri, libri non finiti, libri illeggibili
novembre 20, 2011 10 commenti
Ieri ho fatto una radicale pulizia di libri che giacciono negli scaffali da mesi e che non leggerò e/o non finirò mai di leggere.
Ne ho eliminati veramente tanti e li porterò agli amici di Vivere con Lentezza, che li metteranno in vendita sui loro banchetti, per finanziare delle opere che stanno realizzando in India per i bambini di Jaipur. Questo mi fa sentire meglio: so che serviranno a finanziare un progetto importante, utile per bimbi nati in un’area disagiata. Inoltre confido che finiranno in mano a persone che magari li troveranno divertenti ed istruttivi, e magari serviranno a migliorare la vita di qualcuno.
Quando non riesco a terminare un libro mi sento veramente in colpa: mi sembra di avere buttato via dei soldi e mi sembra di togliere la parola ad una persona (l’autore) che sta cercando di comunicare qualcosa. A volte, davanti a testi di crescita personale, penso che se mi blocco nella lettura, possa essere dovuto a qualche concetto che mi disturba e che rappresenta un ostacolo da superare…
Ma a volte alcuni libri sono veramente illeggibili (almeno per me).
L’ultimo libro che ho interrotto, gettando la spugna dopo essermi arenata per ben due volte, è “La Scienza della Negoziazione” di George Kohlrieser.
Una fatica immane nell’attraversare un saggio che ho trovato privo di filo logico: una accozzaglia di psicologia, coaching, negoziazione e chi più ne ha più ne metta. Un percorso a zig-zag nel quale non sono riuscita a trovare un nesso. Una infilata di concetti espressi in modo banale (attenzione banale, non semplice che è un’altra cosa). Una volontà di dimostrare da parte dell’autore la propria onniscenza, con l’ambizione di scrivere un trattato, un’opera omnia.
Purtroppo mi sono annoiata e ho perso il filo del discorso un numero imprecisato di volte.
Dopo essermi arenata per due volte intorno alla pagina 150, dopo essermi sciroppata discorsi sull’elaborazione del lutto, sulle cause della aggressività, sull’occhio della mente, ho detto “Basta!” e ho chiuso il libro.
Dopo questa esperienza frustrante, ho ripensato ad altri testi da me abbandonati per sfinimento, o fermi a metà da un po’ di tempo, o faticosamente portati a termine.
Non me ne vogliano gli estimatori, ma i libri di Stephen Covey sono – per me – l’equivalente di una scalata dell’Everest senza ossigeno. Faticosi e prolissi, sono ferma nella mia convinzione (forse limitante) che i concetti (validi) potevano essere espressi in metà delle pagine ed avere lo stesso valore (se non superiore). Non è ripetere “più-e-più” volte i concetti che si da valore aggiunto: a volte la sintesi è uno strumento molto efficace (che io sto apprezzando sempre più). Va bene esplicare idee che possono risultare complesse, e portare esempi, ma ripetere, e condire di pretenziosi grafici, nozioni veramente semplici può risultare alla lunga un po’ pesante.
Un altro libro che ho faticosamente portato a termine è “La Magia del Linguaggio”(Sleight of mouth) di Robert Dilts. Una fatica pazzesca nel confrontarmi con un linguaggio ed una espressione di concetti veramente difficile da comprendere. Durante la lettura mi sono domandata più volte perché, per rendere (presumibilmente) più attraente un concetto bisogna esprimerlo in modo iper-complesso, con un linguaggio – a volte – criptico.
Perché la semplicità viene rifuggita come se fosse la peste?
Ho apprezzato (ed apprezzo) lo stile di scrittura di William Ury (ho letto “Il No positivo” e l’ho trovato semplice, efficace e lineare), di Anthony Robbins (folgorata dal libro “Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri”, che mi ha aperto la mente a nuove possibilità), di Claudio Belotti, di Sebastiano Zanolli, di Gianfranco Damico. [Ho apprezzato anche lo stile ipnotico di Richard Bandler, in grado di mandarti in loop grazie ad un utilizzo molto sofisticato della costruzione linguistica (bisogna sospendere qualsiasi giudizio sul rispetto delle regole grammaticali e logiche... ed allora ci si diverte sul serio!).]
Tutti autori in grado di trasmettere con sintesi, semplicità ed efficacia, concetti molto importanti, immediatamente applicabili. D’altronde è questo – secondo me – lo scopo di un libro di crescita personale: trasmettere idee immediatamente utilizzabili nella quotidianità.
Per il resto ci sono gli eccellenti testi dei filosofi greci (anch’essi sintetici e profondi), i testi dell’antica filosofia orientale, e la narrativa (che attraverso il racconto trasmette nozioni e valori).
Penso che quello di cui abbiamo bisogno oggi è concretezza ed efficacia, non inutili “voli pindarici a cavatappi”.

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Cara Barbara, che dire………….condivido pienamente.Pur apprezzando Robert Dilts ed altri, i suoi “Sleith of mouth ” sono depressivi e deprimenti.
Ben diverso leggere Tony Buzan, William Ury e Tony Robbins. Claudio Belotti quanto a concretezza, beh, e’ straordinario.
Rosanna
Ciao Rosanna, condivido ciò che scrivi.
Alcuni testi sono veramente tosti (perdona il gioco di parole). Forse per gli argomenti trattati che ben si prestano ad essere raccontati a voce, ed invece sono difficilmente traducibili in parole scritte.
Non ho mai letto nulla di Tony Buzan… Grazie del suggerimento. Provvedo a “portarmi in pari”.
Grazie ancora e alla prossima!
Barbara
cara Barbara, Ti consiglio anche Paul Eckman. Da 40 consulente dell’FBI , dai suoi libri e dai suoi studi e’ stata tratta la serie televisiva “Mentalist” e “Lie To Me”. Mi permetto di segnalarTi
1. I VOLTI DELLA MENZOGNA
2. TE LO LEGGO IN FACCIA
A presto
Rosanna
e’ Ekman, scusami.
e dimenticavo ” GIU’ LA MASCHERA”.
Anche a Claudio Belotti e’ piaciuto molto “I VOLTI DELLA MENZOGNA” e sai bene quanto sa’ essere sintetico Il nostro grande Claudio.
Riciao!
Grazie Rosanna!
“Te lo leggo in faccia” ce l’ho. “I volti della menzogna” no.
Prendo nota.
Grazie e riciao!
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