Francesco Tesei – Il Mentalista

“Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è: infinito” [William Blake]

La frase di apertura di questo post è ripresa pari-pari dalla pagina di Benvenuto del sito Il Mentalista di Francesco Tesei, che ho avuto l’onore di vedere ieri sera per la prima volta al Teatro Nazionale di Milano, con il suo spettacolo “Mind Juggler“.

Ne avevo sentito parlare per la prima volta da Claudio Belotti, che ne raccontava le gesta nel suo post “Ieri sera mi sono divertito“, di quasi un anno fa.

Da allora mi è rimasta la curiosità. Che – per pura fortuna (o forse no?!) – ho potuto soddisfare grazie ad un post dei primi di dicembre di un amico su Facebook, che annunciava il suo spettacolo di Milano per i primi di febbraio.

E finalmente, dopo la lunga attesa, ieri sera ho avuto il piacere di vedere all’opera questo straordinario personaggio.

Ho visto uno spettacolo molto bello e sofisticato, di ispirazione “magrittiana” (la scenografia e l’abbigliamento di Francesco ricordano i quadri di Magritte).

Ho visto (per lo meno ho cercato di vedere) all’opera strumenti molto sofisticati di linguistica, di suggestione e di linguaggi verbali, non-verbali e para-verbali.

Uno spettacolo per gli occhi e per la mente.

Una sfida costante nel cercare di cogliere almeno l’ombra degli strumenti utilizzati dall’artista, lasciandosi coinvolgere da suggestioni di miltoniana memoria.

Uno spettacolo da vedere, durante il quale ci si stupisce, si scuote la testa increduli, si ride (grazie all’ironia di Francesco) e si riflettere sulla nostra vulnerabilità davanti alle suggestioni alle quali veniamo continuamente esposti nell’arco della nostra giornata.

Sì, perchè Francesco Tesei ti spiega e ti accompagna in un viaggio attraverso “Pensiero – Azione – Immaginazione” (come recita il suo motto) con ironia e con l’obiettivo di farti divertire e di farti pensare.

Consigliatissimo!

Artemisia Gentileschi a Palazzo Reale

Autoritratto con liuto

Ieri sera sono andata a vedere la mostra su Artemisia Gentileschi (a Palazzo Reale a Milano fino al 29 gennaio 2012), con una visita guidata di Artema.

Ho avuto modo di apprezzare ed approfondire la conoscenza della vita e delle opere di questa straordinaria pittrice del ’600, vissuta tra Roma, Firenze e Napoli, che ha girato per mezza Europa (chiamata da nobili e regnanti), precedeuta dalla sua fama di pittrice eccellente.

Una donna nota soprattutto per una vicenda oscura di stupro subito a 17 anni, a cui è seguito un processo (il primo processo per violenza carnale) da lei vinto, che è stata capace di superare brillantemente il trauma dell’esperienza, eccellendo nella pittura in una società fortemente dominata dagli uomini, ove le Scuole di Arte e Prospettiva erano negate alle donne.

Grazie al padre, pittore, che le insegna a dipingere (rendendosi conto che Artemisia è veramente dotata per questa arte, a differenza dei suoi fratelli maschi) è in grado, grazie anche ad uno straordinario carattere dominato da intraprendenza, coraggio ed una buona dose di sfacciataggine (oltre che dominata da una sete di conoscenza e cultura), di affermarsi come pittrice di riferimento presso nobili e corti europee.

Ben allestita, la mostra si apre con una installazione di alto impatto emotivo di una importante regista teatrale (Emma Dante), che ricorda il processo subito per stupro. Si tratta del punto di partenza della mostra: l’episodio per la quale l’artista è nota, ma che viene volutamente risolto all’inizio, per poi entrare immediatamente nel vivo delle opere esposte.

Le sale della mostra, di ampio respiro e costellate di tele anche di notevoli dimensioni, presenta numerose opere di pregio tra cui il famoso dipinto “Giuditta e Oloferne”, presente in due versioni dipinte a distanza di anni.

Una bella mostra che rivela una donna che ha saputo imporsi con la sua intelligenza, il suo carattere, la sua curiosità per il mondo e la sua passione.

Mi piace pensare che la sua forza d’animo e la sua personalità, abbiano attirato sul suo cammino personaggi illuminati e di elevata cultura (figura anche un incontro con Galileo Galilei) che le hanno dato l’opportunità di esprimersi nel pieno delle sue potenzialità.

Un bella figura femminile.

Una bella mostra da vedere.

Palazzo Clerici – Milano

Venerdì scorso ho partecipato ad una visita guidata di Palazzo Clerici con Artema.

Edificio normalmente chiuso e non visitabile (ospita il Centro di Studi di Politica Internazionale), affittato per eventi esclusivi (su prenotazione), prevede l’apertura su prenotazione di visite guidate in orari difficilmente compatibili con i normali orari lavorativi (e mai nel weekend).

Infatti la visita si è svolta alle 17.00, ma ne è valsa la pena.

Visitabile nel cortile e in alcuni locali del primo piano nobile, ospita al suo interno la galleria affrescata dal Tiepolo: di piccole dimensioni (rispetto ad altre architetture faraoniche del tempo), è uno splendido gioiello che non ha nulla da invidiare rispetto ad altri spazi realizzati nelle medesime epoche.

L’aspetto discreto dell’esterno, contrapposto al prezioso ambiente conservato al suo interno, è emblematico della ricchezza che tante architetture storiche di Milano celano agli occhi dei più.

Infatti spesso Milano viene descritta come una città austera, con poco o nulla di interessante e spettacolare (se non il Duomo, il Castello Sforzesco ed il recentissimo avveniristico Museo del 900), nettamente diversa da altre città italiane come – per esempio – Venezia, Firenze e Roma, più emozionanti nella loro “ostentata” bellezza.

Invece più vado avanti e più mi convinco che Milano è una città che va scoperta, alla quale bisogna dedicare del tempo per apprezzarne la bellezza non così immediata e disponibile (basti pensare agli splendidi giardini nascosti dentro i palazzi nobiliari e visibili al grande pubblico – credo – solo una volta all’anno, oppure alle architetture Liberty nascoste nelle vie limitrofe a Porta Venezia).

Palazzo Clerici è uno di questi esempi: stretto in una via del centro storico (Via Clerici, nelle vicinanze del Teatro alla Scala), ad un passante frettoloso può sfuggire la sua facciata dall’aspetto discreto che – ad una più attenta osservazione – si nota svilupparsi lungo un fronte di ampiezza consistente, rivelandone uno sviluppo planimetrico importante.

E la preziosità della galleria in esso nascosta è l’esempio della preziosità nascosta dietro una facciata di discrezione.

Immagini degli affreschi

Lo stupore nello sguardo

Bella mostra “Lo stupore nello sguardo”, al Palazzo delle Stelline, in Corso Magenta a Milano (fino al 1 giugno), visitata con Artema.

E’ una mostra “di nicchia” che parte dall’opera di Henri Rousseau (noto come “il Doganiere”), per condurre una carrellata sulla pittura italiana influenzata dal suo modo rivoluzionario di rappresentare la realtà.

Vi sono opere di Carlo Carrà, di Ardengo Soffici, di Cesare Breveglieri e di altri artisti novecenteschi milanesi.

Una mostra quasi a carattere scientifico, per il lavoro condotto dalla curatrice Elena Pontiggia che ha operato una ricerca accurata sulle opere che hanno subito l’influenza del lavoro di Rousseau.

Quello che mi ha colpito nel visitare la mostra, ammirando le opere esposte, è stato il filo conduttore espresso efficacemente nel titolo stesso dell’esposizione: “Lo stupore nello sguardo“.

Infatti il punto di partenza è il lavoro di Rousseau che ha avuto il merito di semplificare la rappresentazione pittorica, non per una precisa volontà studiata scientificamente a tavolino, bensì per la sua formazione. Infatti Henri Rousseau non ha mai avuto una formazione accademica, bensì ha iniziato a dipingere per passione, nel tempo libero, secondo le sue capacità, da autodidatta.

Questo suo modo di dipingere, quasi infantile, ha affascinato artisti che ne hanno apprezzato lo stile, adottandolo ed elaborandolo, dirigendosi verso una semplificazione delle rappresentazioni pittoriche.

Non ho mai visto sotto questa luce l’opera di Rousseau (che mi ha lasciato sempre indifferente, sino ad oggi) e di alcuni artisti milanesi del novecento (alcuni dei quali a me totalmente sconosciuti).

Quello che qui mi ha colpito è proprio la semplicità di lettura della realtà. Una realtà vista attraverso gli occhi di un bambino o di una persona di animo semplice, in grado ancora di stupirsi davanti alle cose e agli eventi della vita, sgranando gli occhi, meravigliandosi.

La bellezza di un atteggiamento puro davanti alla vita, in grado di cogliere aspetti che una mente coperta di sovrastrutture non vede, persa dietro a condizionamento imposti e/o assorbiti (come una educazione accademica, per esempio) in grado di distorcere la visione e la percezione della realtà. La purezza dello sguardo di un bambino (e di un animo semplice) è in grado di vedere la semplicità e l’essenza delle cose, senza tanti fronzoli.

Oggi ho ricevuto una bella lezione di vita, molto profonda, in un ambito che non avrei mai immaginato.

Uno dei miei motti preferiti (che ripeto spesso) è: “L’arte è un balsamo per la mente“, una battuta tratta dal telefilm di Sherlock Holmes.

Ne ho sentita un’altra proprio venerdì sera, guardando una puntata del telefilm Poirot: “L’arte è un nutrimento per l’anima“.

Entrambe descrivono bene quello che le opere d’arte ed il lavoro degli artisti possono trasmettere all’animo umano, insegnando in modo immediato quello che tanti scritti e disquisizioni complesse hanno difficoltà a fare (con beneficio d’inventario, perchè nutro qualche dubbio molto pesante sull’arte contemporanea).

Galleria Branca (Milano)

Oggi con Artema ho visitato la Galleria Branca, situata a Milano in Via Resegone 2, all’interno dello stabilimento tutt’ora operante, e facente parte della rete dei Musei d’Impresa (www.museimpresa.com).

A differenza della galleria multimediale Campari (a Sesto S. Giovanni), visitata qualche mese fa, trionfo di effetti scenici e alta tecnologia a ri-evocare suggestioni della lunga storia della ditta che ha trasferito la sua sede a Novi Ligure, nella Galleria Branca si respira un’aria totalmente diversa.

Accompagnati dal curatore della Galleria, abbiamo apprezzato gli oggetti conservati al suo interno e ascoltato la storia di questa gloriosa ditta tutta milanese, nata dalla collaborazione di un farmacista milanese (Dott. Branca) e un medico svedese (Dott. Fernet) che nell’800 inventarono una bevanda medica (a base di spezie) in grado di curare la malaria ed il colera, imperanti a Milano in quegli anni e capaci di uccidere circa 1500 persone all’anno nella sola città.

Abbiamo conosciuto la storia delle generazioni dei Branca (giunti ora alla IV generazione) e abbiamo ascoltato la filosofia di gestione tutta familiare dell’azienda, entro la quale si tramandano i lavori di padre in figlio sia per i titolari, sia per gli operai e per gli impiegati.

Abbiamo respirato l’orgoglio di coloro che lavorano all’interno dell’azienda e che considerano la ditta come una famiglia.

Abbiamo risvegliato i sensi, annusando le spezie disponibili nella grande “Ruota delle spezie” e risvegliando l’olfatto ormai sopito e assuefato dai soliti odori.

Abbiamo ascoltato come tutto quello che viene svolto all’interno dell’azienda, dalla preparazione delle miscele delle varie bevande fino alla manutenzione dello stabilimento, viene svolto dai lavoratori stessi, senza esternalizzare nulla.

Così come l’allestimento della Galleria: tutto “fatto in casa”, esponendo oggetti e ricordi raccolti nel corso dei decenni; rendendo lo spazio non un museo (inteso come un luogo di ricordi) ma una galleria intesa come uno spazio vivo (in continua evoluzione, grazie anche al contributo di persone che donano gli oggetti legati al mondo Fernet-Branca), fruito dagli stessi impiegati dell’azienda, (che qui transitano attraversando gli spazi e mantenendoli vivi e attivi) e fruibile dai visitatori che possono toccare gli oggetti, risvegliando così anche il tatto (nel toccare gli oggetti di legno, di ottone, ecc. ecc.) e annullando la comune barriera che c’è tra visitatore e oggetto in un museo.

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Girando per mostre e musei, colmando le (mie) lacune storiche

I festeggiamenti e le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia sono stati per me una preziosa occasione per colmare dei vuoti incredibili di conoscenze storiche dovuti, probabilmente, sia al fatto che a scuola spesso studiavo per obbligo (poco per passione), con l’obiettivo di superare l’interrogazione e/o il compito in classe, sia perchè a volte gli argomenti non venivano approfonditi più di tanto, concentrati come si era a percorrere il programma ministeriale.

Per fortuna la maturità ha portato alla volontà di riannodare dei fili di argomenti di studio tanto bistrattati in passato, utilizzando le mostre ed i viaggi per coprire piacevolmente voragini storiche e geografiche degne di un abisso.

Infatti in questi giorni ho avuto modo di visitare con Alessandra di Artema, due “luoghi d’arte e storici”: Palazzo Reale con la mostra sulle Grandi Battaglie della Collezione Savoia (aperta fino al 5 giugno) e la mostra sugli eroi del ’48 (visitabili entrambe con un unico biglietto), ed il Museo del Risorgimento (in via Borgonuovo 23 a Milano).

Domenica scorsa è stato il turno della mostra sulle Grandi Tele della Collezione Savoia (alcune delle quali ospitate normalmente nel Museo del Risorgimento). Allestita nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale (Milano), espone 9 grandi tele (volute da Re Vittorio Emanuele II per Palazzo Reale, a celebrazione del Risorgimento) che narrano, come se fossero dei reportage fotografici, episodi di alcune delle battaglie più violente combattute contro gli austriaci (per esempio la battaglia di Solferino e quella di Magenta, per citarne due). Furono tele contestate dai critici del tempo perchè non rispondenti ai canoni compositivi, ma ben rappresentarono il caos, la violenza e la concitazione degli scontri (gli artisti furono coinvolti in prima persona, e furono in grado di trasferire su tela – con realismo – quanto sperimentarono loro malgrado).

La scelta della stanza dove allestire la mostra credo non sia un caso: oltre ad essere di grandi dimensioni, la Sala delle Cariatidi subì danni devastanti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Chiusa per lungo tempo per restauri, fu scelto (non senza contestazioni) un restauro di tipo conservativo, senza riportare agli antichi splendori l’ambiente, bensì lasciando visibili (e conservando) le tracce lasciate dalla distruzione, a futura memoria.

Successivamente abbiamo visitato la mostra sugli eroi dei moti del 1848: una mostra interattiva che, oltre alla esposizione di ritratti, oggetti e busti dei protagonisti del periodo, espone grandi pannelli su cui vengono proiettati filmati dove sagome in controluce di attori (su fondo bianco) mettono in scena episodi del tempo, narrando in maniera didattica e vivace la storia del periodo.

Ieri invece è stato il turno del Museo del Risogimento (a me totalmente sconosciuto fino ad oggi): situato alle spalle della Pinacoteca di Brera, è un piccolo museo (ben fatto, secondo me) che raccoglie quadri, ritratti, stampe, scritti e cimeli del Risorgimento a testimonianza della vita degli eroi, dei nobili, dei re e degli intellettuali che fecero la storia del periodo. Inoltre in questo periodo è possibile visitare gratuitamente due mostre fotografiche dell’epoca molto interessanti, allestite in due spazi al piano terreno che si affacciano direttamente sul cortile.

Dopo questa esperienza, mi piace ricordare e condividere quello che la nostra guida ha detto al termine degli itinerari: sono state fatte tante polemiche intorno ai festeggiamenti dell’Unità d’Italia, ma bisognerebbe invece portare rispetto ed onorare la memoria delle persone (dai generali, ai re, ai semplici soldati, al popolo, agli intellettuali) che hanno speso la loro vita perseguendo questi ideali (alcuni ancora attuali), pagando anche un prezzo molto alto.

Fanno parte della nostra storia ed io non posso che condividere questa riflessione.

Impressionisti della Clark Collection [Palazzo Reale - Milano]

A Palazzo Reale è in corso (fino al 19 giugno 2011) l’esposizione di alcune tele degli Impressionisti provenienti dalla Clark Collection, nel Massachusetts, che ho visitato sabato.

Mostra di facile approccio sia per l’allestimento semplificato e piacevole (con approccio didattico, “friendly”, in stile americano), sia per il tema trattato (ho la sensazione che gli Impressionisiti siano molto amati dal pubblico, che affronta file anche impegnative per poter ammirare i loro capolavori), espone opere di Monet, Renoir, Manet, Pissarro (per citarne alcuni) provenienti dalla collezione americana voluta da Sterling e Francine Clark.

Vissuti nel periodo degli Impressionisti tra gli Stati Uniti e Parigi, appassionati collezionisti d’arte, hanno costruito nel corso della loro vita una straordinaria collezione di quelli che oggi sono considerati dei capolavori.

Sterling (socio della notissima ditta di macchine da cucire Singer) e Francine (attrice francese che Sterling conosce in un suo viaggio a Parigi, e che successivamente sposa non senza “difficoltà sociali”) fanno quello che una volta ci disse un antiquario: “Se uno vuole fare l’investimento deve acquistare opere di artisti quotati; se uno vuole comprare opere d’arte per suo godimento è giusto che acquisti ciò che gli piace”. E così fanno i coniugi Clark, che acquistano opere a loro gradite (a volte in disaccordo con i consigli dei galleristi) che andranno ad arredare le loro case di New York e di Parigi; questa loro “modalità” di acquisto delle opere li porterà a comprare anche tele di Boldini e di Jean-Leon Gérome (esposte in mostra), creando una commistione di stili e di generi pittorici all’interno della stessa collezione.

Successivamente decidono di creare una Collezione d’Arte ed un Istituto dove poter esporre al pubblico la loro immensa collezione, creando un campus annesso dove è possibile studiare l’Arte.

Cosa si può dire di due personaggi così (a me totalmente sconosciuti fino a sabato, quando li ho “conosciuti” grazie alla mostra)?

Che sono stati personaggi “illuminati”, cultori dell’arte e mecenati (Sterling fu anche un grande viaggiatore, arrivando fino in Cina). E che il loro progetto è degno di ammirazione e di tutela.

I capolavori esposti sono semplicemente splendidi: le opere degli Impressionisti mi sono sempre piaciute per la loro radiosità, per la loro luminosità, per i loro colori.

Resto sempre affascinata dalle loro tecniche pittoriche: osservi il quadro ad una certa distanza e vedi il soggetto nella sua completezza e nella sua definizione; ti avvicini e vedi distintamente le pennellate, il quadro si destruttura e diventa un insieme indistinto di macchie di colore. Ogni volta ri-emerge la personale considerazione (e la personale meraviglia) di come l’occhio completi le figure e le costruisca, sulla base di un insieme indistinto di colori (considerazioni e studi che gli Impressionisti conducevano e perseguivano con la loro opera).

Una bella mostra che, unita a quella su Alberto Savinio e a quella sull’Arcimboldo, mi hanno fatto conoscere personaggi poliedrici e dai molteplici interessi, facendomi riconciliare con le mostre d’arte (che alcune volte hanno la capacità di stroncarmi per la loro pesantezza e prolissità) e dandomi la prova che la poli-disciplinarietà, animata dalla passione, porta molto-molto lontano.

Alberto Savinio a Palazzo Reale

Artista come una centrale creativa [citazione della definizione che Alberto Savinio da' di se stesso e dell'attività di artista]

Bella la mostra di Alberto Savinio (in programma a Palazzo Reale fino al 25 giugno) che ho avuto l’opportunità di visitare oggi con Artema (accompagnati da Micaela).

Un cenno sull’allestimento: gli architetti curatori della mostra (gli stessi di Dalì) hanno scelto di creare un percorso fatto di sale piccole, separate da pareti disposte diagonalmente, dotate di tagli e finestre che creano una sorta di continuità spaziale tra gli ambienti, permettendo di osservare scorci delle opere esposte nelle sale successive.

Sicuramente l’intento è stato quello di trasferire spazialmente quello che l’artista rappresentava nelle sue opere, ma la soluzione adottata rende difficoltosa la mobilità di eventuali gruppi, in rapporto anche alla densità espositiva dei quadri.

Comunque, al di là di questi aspetti, la mostra è molto interessante.

Non credevo di conoscere l’artista fino a quando non ho visto le opere esposte.

Fratello del più noto Giorgio De Chirico (dotato di un talento innato per la pittura),  Andrea (questo il suo vero nome) nasce in Grecia nel 1891.

Alla morte del padre, la madre decide di intraprendere il viaggio verso Monaco per consentire al figlio Andrea di studiare al Conservatorio.

Artista poliedrico, Alberto Savinio (prende il nome da un personaggio letterario di origine francese) si occupa di pittura, di musica, di teatro (allestendo scenografie e curando i costumi per rappresentazioni di opere liriche, operette e drammi teatrali) trovando anche il tempo per svolgere l’attività di scrittore.

Nello specifico la mostra ruota attorno alla produzione pittorica, riservando le ultime sale all’esposizione dei bozzetti dei costumi e delle maquette di alcune opere da lui curate.

Il legame dell’artista con il teatro è rappresentato anche dalla voce di Toni Servillo (uomo di teatro, cinema e dalla personalità poliedrica, con fratello direttore d’orchestra) che, nella sala di apertura ed in quella di chiusura legge brani tratti dalle opere di Savinio, accogliendo i visitatori e salutandoli al termine della visita.

Le opere esposte rappresentano soggetti fantastici, onirici e coloratissimi.

Vengono esplorati i temi della metamorfosi in quadri dove uomini e donne si trasformano in animali, secondo precise simbologie: teste di gallo su corpi maschili (la cresta del gallo ha precisi riferimenti alla sessualità maschile), teste di uccelli di vario genere su corpi femminili (secondo uno studioso dell’epoca, ogni soggetto femminile era assimilabile ad una razza di uccello). Sono presenti ritratti metamorfici di famiglia dove la madre viene rappresentata con una testa di pellicano (secondo la simbologia cristiana, il pellicano è l’animale che si sacrifica per i suoi piccoli: in caso di scarsità di cibo, si ferisce il petto per nutrirli col suo sangue), oppure dove le teste dei suoi genitori sono sostituite da orologi a simboleggiare la fedeltà (la madre, una volta rimasta vedova, non si risposerà più).

Viene esplorato anche il tema del simbolismo e di una sorta di astrazione progressiva dei soggetti: centauri che – nella evoluzione figurativa dell’artista – diventano quasi dei balocchi.

Anche il tema della mitologia viene rappresentato attraverso simboli e figure tipiche della mitologia ellenica: probabilmente l’infanzia trascorsa in Grecia ha lasciato un segno profondo nella formazione culturale dell’artista.

Una mostra che vale la pena visitare, per la ricchezza culturale di Savinio (morto prematuramente, nel 1952, per un infarto) e per la particolarità dei temi trattati.

Copiosa anche la produzione scritta (le sue opere sono edite da Adephi) e Micaela, tra le molte citazione dell’autore, ha letto anche un brano del libro intitolato “Ascolto il tuo cuore, città”: iniziato come un testo su Venezia, prosegue diventando un omaggio alla città di Milano, e non poteva mancare una citazione da questo testo dedicato alla città che sta ospitando la mostra.

Un artista di difficile classificazione, in grado di trasferire in forma scritta e figurativa ciò che l’inconscio, la mente e la creatività è in grado di produrre.

Savinio, in uno dei suoi numerosi scritti, critica duramente correnti figurative colpevoli – secondo l’artista – di incasellare, classificare e giudicare attraverso una lente persone, oggetti, vicende: “il lavoro di un artista è il mondo; si può giudicare il mondo? No.”

Questo è quello che scrive Savinio, sfuggendo così a qualsiasi classificazione all’interno di movimenti artistici.

Arcimboldo

Giuseppe Arcimboldi è un nome che a molti non dice nulla, ma tutti hanno ben presente le opere di questo originalissimo artista: le famose teste composte di fiori, frutta, animali, oggetti … Un eccentrico sicuramente, un “ghiribizzoso” sicuramente, ma Arcimboldo è molto di più. E’ innanzitutto un pittore milanese del Cinquecento, figlio di pittore, che si forma e respira l’aria dell’ambiente lombardo ricco di stimoli e improntato al naturalismo a cui, pur in versione molto personale, l’Arcimboldo si ispira. Da Milano e dalla Lombardia si trasferì per venticinque anni presso la Corte degli Asburgo raccogliendo onori e fama, forse per questo i milanesi lo hanno dimenticato … E’ giunta quindi l’ora che il grande pubblico conosca l’uomo e l’artista in questa mostra che apre nuovi spiragli dopo anni di studi e approfondimenti. [dal sito www.gruppoartema.it]

Ho partecipato alla visita guidata di Artema (www.gruppoartema.it) alla mostra dell’Arcimboldo (a Palazzo Reale a Milano, fino al 22 maggio 2011). Molto, molto bella: bello l’allestimento e bellissime le opere, gli oggetti ed i disegni esposti.

Preziosa nella qualità: al mondo sono presenti 20 dipinti dell’Arcimboldo, di cui 16 sono esposti nella mostra, più disegni ed illustrazioni dello stesso Arcimboldo e di altri artisti presenti nella Milano del 500 (tra cui alcuni magnifici studi di teste di Leonardo).

La mostra ruota attorno alle rappresentazioni naturalistiche di flora e fauna, molto in voga ai tempi dell’Arcimboldo, fonte di documentazione di specie animali e vegetali. Espone alcuni studi di fisiognomica di Leonardo e di altri artisti/seguaci, che danno origine alle caricature tante care ai divertimenti di corte e fonte di ispirazione per i quadri di Arcimboldo.

Mostra gli interessi molteplici dell’artista, svelando un personaggio molto acculturato e curioso, esperto di arte e di antiquariato.

Il tutto è accompagnato dalla esposizione  di oggetti dell’epoca, armature, tessuti, bozzetti (di Arcimboldo e non) per oggetti e allestimenti di fantasmagoriche feste (compresi costumi per feste in maschera e a tema).

L’intera mostra sembra una grande “wunderkammer” (la camera delle meraviglie) tanto cara ai nobili del tempo che amavano collezionare oggetti antichi, fantastici e provenienti da paesi esotici, con l’obiettivo di mostrare le meraviglie di mondi inesplorati.

Per chi visita la mostra è un bel tuffo in un altro secolo, accompagnati da musiche del Cinquecento e immersi nei colori che ricordano quell’epoca: colori caldi e ricchi.

Bella mostra davvero, divertente e lieve, come possiamo immaginarci fossero le feste e gli ambienti nobili del tempo, intristi di fantasmagoria e meraviglia.

La mostra si estende idealmente anche al di fuori delle mura di Palazzo Reale, sconfinando all’interno del Duomo di cui alcune vetrate Arcimboldo fu disegnatore ed ideatore (e di cui un “campione” proveniente dal museo del Duomo è esposto nella mostra).

Galleria CAMPARI – Sesto S. Giovanni

Ho avuto modo di visitare la Galleria Campari (http://www.camparigroup.com/it/) a Sesto S. Giovanni.

Semplicemente strepitosa.

E’ ospitata all’interno del nuovissimo complesso sorto sull’area Campari, al posto degli stabilimenti (trasferiti a Novi Ligure), edificato su progetto dell’architetto Mario Botta: struttura urbana di notevoli dimensioni, si articolata in diversi edifici contraddistinti dal tipico rivestimento in mattoni faccia a vista (una sorta di marchio di fabbrica dell’architetto ticinese).

L’insediamento è composto da un edificio principale di notevoli dimensioni, ospitante gli uffici della Campari, caratterizzato da una serie di volumi che si innestano uno nell’altro (di grande impatto visivo e suggestione), e da due torri destinate a residenze.

Una imponente piazza coperta completa l’edificio principale. Realizzata con una copertura in travi curve in legno lamellare (ricoperte di vegetazione all’esterno), vede la pavimentazione interna realizzata in granito tipo porfido, come se si trattasse di una piazza aperta. La sua funzione principale è quella di ospitare eventi della Campari ed è in questa sede che è stata fatta la presentazione del nuovo calendario con protagonista Benicio del Toro (dopo anni di volti femminili come Salma Hayek e Jessica Alba).

Al momento della scrittura di questo articolo il retrostante spazio (tra la Via Gramsci e Viale Casiraghi, ove si affaccia Villa Alta, di proprietà della Campari) è in fase di completamento con l’allestimento di un giardino. Completata, l’intera area diventerà uno spazio continuo dai forti connotati urbanistici e con una valenza storica molto particolare, esemplificatrice della profonda metamorfosi che il tessuto urbano di Sesto S. Giovanni sta avendo negli ultimi anni (basti pensare, per esempio, alla trasformazione che sta gradualmente subendo l’area Falck ad opera di Renzo Piano).

Una notazione finale: sulla Via Gramsci (ingresso alla Galleria) è stata salvata la facciata antica dello stabilimento in mattoni, decorato con maioliche, e a lato c’è una piccola targa che reca la scritta “Mario Botta per Depero. ’06″ (riferimento alla stretta collaborazione tra Fortunato Depero – futurista – e Davide Campari).

E qui entra in gioco la Galleria, inserita all’interno dell’edificio Campari. Lo spazio espositivo insiste sulla zona che ospitava lo stabilimento (fronte Via Gramsci) ed vede esposti bozzetti originali e filmati del notevole patrimonio pubblicitario della Campari e dei suoi prodotti (Bitter Campari, Cordial Campari, …).

L’allestimento è strepitoso: multimediale ed interattivo, si articola in tre spazi relativi alla storia, all’arte e alla industria.

Sulla parete longitudinale è installato un gigantesco schermo su cui scorrono immagini della storia degli spot (tra i quali quello girato da Fellini negli anni ’80, lo spot del duello tra i due schermitori, quello che fece scalpore con l’uomo vestito da donna e la donna vestito da uomo, con la colonna sonora di Eyes Wide Shut, quello con Salma Hawek, quello con Jessica Alba, con Kelly Le Brock….) ed immagini della vecchia industria. Le immagini che scorrono accompagnano la nostra passeggiata attraverso l’esposizione dei bozzetti pubblicitari, tutti famosissimi e bellissimi: una carrellata attraverso la storia della grafica dalla seconda metà dell’800 ai giorni nostri, passando da Depero, Munari e altri nomi importanti nazionali ed internazionali.

Il percorso è arricchito da una esperienza sensoriale (l’occasione di poter sentire le essenze che compongono le erbe con cui viene creata la celebre bevanda) e da una esperienza interattiva (attraverso touch-screen è possibile sfogliare virtualmente libri fotografici della vecchia Campari).

Insomma un nuovo spazio espositivo veramente bello, ben fatto, con una guida eccezionale: l’archivista. Un uomo che ti racconta con passione la storia della Campari, attraverso la rappresentazione della grafica, aiutandoti a comprendere che la famiglia Campari ha avuto – fin dai tempi non sospetti – una visione d’avanguardia sulla potenza e l’efficacia della comunicazione, creando alleanze preziose con i maggiori nomi dell’arte, della comunicazione e del cinema.

http://www.facebook.com/album.php?aid=29382&id=100001645598814&l=01804750eb

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