“In me non c’è che futuro” – Adriano Olivetti

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“La Olivetti di Adriano era una comunità di apprendimento”

Ieri sera ho visto il film di Michele Fasano su Adriano Olivetti, “In me non c’è che futuro”, grazie ad un articolo pubblicato sul blog di Mauro Baricca.

Mi piace molto ascoltare e leggere di storie di uomini e donne che hanno fatto (e fanno) la differenza nella vita, nella quotidianità e nel mondo del lavoro. Sono – per me – una costante fonte di apprendimento e di crescita.

Qui ho ascoltato la storia della Olivetti e ho ascoltato – dalla viva voce dei protagonisti – l’efficacia dei metodi adottati, estremamente all’avanguardia per l’epoca.
(Ascoltando, per esempio, i metodi utilizzati dalle Risorse Umane, pensavo che – oggi – non è stato inventato nulla.)

Ne viene fuori una Impresa dove era benvenuta la contaminazione culturale, la crescita e soprattutto la centralità della persona.

Quello che mi ha fatto riflettere molto è che la Olivetti ha attraversato momenti storici di grande fermento culturale ed industriale, ma anche momenti di grandissima difficoltà (le Guerre Mondiali, il Fascismo, il 1929), e che grazie alle idee di un uomo, di un grande uomo, ha attraversato indenne tempeste, proseguendo nel suo percorso e crescendo.
Qui si tratta di mecenatismo, mente illuminata e imprenditorialità.
E di assoluta mancanza di confini (mentali e fisici) nel confrontarsi con altre culture, portando con sé – in azienda – ciò che di buono trovava nel suo percorso esplorativo.
Qui si tratta della persona e delle sue idee.
Della sua capacità di gestire ed interfacciarsi con la realtà.

“Siamo stati abituati a discutere. Non a obbedir facendo.”: una bella testimonianza di Giovanni Truant, che – aggiunge – in questo modo “costringeva” ad una assunzione di responsabilità da parte di tutti.

Un film-documentario da tenere in videoteca e da riguardarsi ogni tanto, per ripassare alcun concetti.

Grazie a Mauro Baricca per la sua segnalazione.
Per leggere il suo post, cliccare qui.

Del buon cinema… almeno per me…

Leonardo Di Caprio in “J.Edgar”

Oggi sono andata a vedere il film “J.Edgar” con Leonardo Di Caprio (nel ruolo di J.Edgar Hoover, fondatore e direttore per 28 anni dell’FBI), per la regia di Clint Eastwood.

Pur avendo letto ed ascoltato critiche discordanti (alcune non particolarmente entusiasmanti, soprattutto per la regia), l’ho trovato un bel film. Ben fatto, molto ben recitato (Di Caprio è semplicemente gigantesco… più invecchia, più diventa bravo), con una bella ricostruzione di ambientazioni, costumi, volti e storia.

Non so quanto sia ispirato alla storia vera e quanto frutto di una sceneggiatura romanzata, fatto sta che dipinge la figura di un uomo ambiguo, contradditorio, incredbilmente fragile e – proprio per questo – celato dietro una visione del mondo al limite della paranoia, estremista e violenta (la difesa del proprio Paese con qualsiasi mezzo, d’altronde “a volte bisogna piegare le leggi per ottenere le cose” recita – più o meno – una delle battute cardine del ricco dialogo del film).

Non sarà stata una delle migliori prove da regista di Clint Eastwood (a detta di alcuni), ma io l’ho vista come una sua riflessione sulla democrazia e sulla sottile linea di demarcazione che la separa dalla dittatura e dalla violenza attuata per difenderla a qualsiasi costo, ed imporla a qualsiasi costo. Un tema molto-molto attuale, che evidentemente non è una novità e non passerà purtroppo mai di moda (soprattutto in un Paese come gli Stati Uniti, fortemente contradditorio su questo fronte).

Ho passato un paio d’ore vedendo ed ascoltando un buon prodotto, ben fatto, che mi ha dato modo di farmi qualche riflessione semplice ed utile. Sono uscita dalla sala con un bel senso di soddisfazione dato dall’avere visto un bel film.

Analogamente, settimana scorsa sono andata a vedere con un amico “La Talpa“, tratto dall’omonimo best-seller di John Le Carré.

Cast immenso. Giusto per citare qualche nome: John Hurt (una apparizione di pochi minuti, di grande intensità), Gary Oldman e Colin Firth (molto bravi) ed un manipolo di volti noti del cinema (caratteristi), tutti impegnati in una eccellente recitazione di stampo teatrale.

Film molto-molto lento, ma molto ben fatto: bella ambientazione con una ricostruzione molto accurata di luoghi, costumi, usi, e colori.

Sono cosciente che la pellicola può risultate noiosa (qualche cedimento di attenzione da parte di alcuni spettatori c’è stato), ma io l’ho trovata degna di attenzione, fosse anche solo per seguire la trama, abbastanza complicata. L’amico che era con me (che ha letto il libro) ha detto che il film rispecchia molto bene il libro, con dei tagli alla trama eseguiti in maniera accurata (senza compromettere la struttura narrativa).

Devo dire che con questi due film (ed il precedente “Le idi di marzo“) ho ripreso il piacere di andare al cinema, dopo un paio di anni di quasi latitanza e svogliatezza (non trovavo nulla che attirasse la mia attenzione, inseguita da “un senso di scontato”).

Non ho grandi pretese da un film. Non sono una intellettuale. Per me un film deve farmi distrarre e divertire, ma anche pensare. Non deve essere volgare e/o violento (ammetto violenza e volgarità se inserite in un contesto preciso di trama). E devo uscire dalla sala soddisfatta (ogni tanto qualche cantonata la prendo…).

Questo non vuol dire che escluda a priori film di cassetta, anzi! Ho visto “Sherlock Holmes 2” (divertendomi, meno del primo ma divertendomi lo stesso), andrò a vedere “Mission Impossible: Protocollo Fantasma“, “Il grande Gatsby” di uno dei miei registi preferiti (il visionario Baz Lurhmann), il prossimo “Batman” (per la regia di un altro dei miei registi preferiti: Christopher Nolan) e altre pellicole che usciranno nel corso della stagione.

Ma per ora il prossimo appuntamento è con “Iron Lady” con Meryl Streep (che narra la storia di Margaret Thatcher), in uscita il 27 gennaio.

Peter Guillam e Gary Oldman ne “La Talpa”

Le Idi di Marzo

“Vuoi lavorare per un amico o vuoi lavorare per il Presidente?”

Oggi ho visto un bel film, di grande qualità: Le Idi di Marzo.

Diretto e interpretato (in una parte secondaria) da George Clooney, vede tra i produttori esecutivi anche Leonardo Di Caprio e conta su attori tutti molto-molto bravi.

Tra tutti si distinguono il protagonista Ryan Gosling (che non conoscevo), e due caratteristi di eccezione: Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti.

Secondo me Clooney sta dimostrando notevoli qualità come regista, trattando argomenti storici e di attualità (“Good night and good luck” – per esempio – racconta la storia di un noto giornalista radiofonico durante il periodo del maccartismo).

In questa pellicola si raccontano le vicende politiche ed umane delle persone coinvolte nella grossa macchina elettorale di ideali primarie democratiche in Ohio (non ci sono riferimenti a vicende specifiche, ma ci sono suggerimenti incrociati).

Non mi dilungo nella descrizione della trama per non anticipare nulla. Dico solo che si tratta di un gran bel film: ben fatto, molto ben recitato, di alto livello.

Vengono molto ben descritte tutte le dinamiche umane che si instaurano tra i vari componenti e le lotte di potere senza esclusione di colpi, condotte in modo molto sottile e strisciante.

Ho visto valori di onestà e lealtà messi in contrapposizione con freddi calcoli elettorali e di alleanze.

Ho visto le scelte che l’ambizione e la voglia di primeggiare portano a fare.

Ho visto l’ambizione che distrugge reputazioni e fa ricatti.

Tutto in nome del potere.

Ho visto la sottile linea di demarcazione che separa etica professionale e opportunismo (nella peggiore accezione del termine).

Mentre seguivo il film, mi domandavo se io – nelle stesse condizioni dei protagonisti – fossi stata in grado di operare le stesse loro scelte. E non so dare una risposta. Ma ho apprezzato particolarmente le posizioni e le riflessioni di due personaggi in particolare (pur muovendosi lungo la sottile linea di demarcazione sopra menzionata).

Molto ben centrata l’attenzione del regista sulla evoluzione del protagonista (l’addetto stampa Stephen Meyers interpretato da Ryan Gosling). [Una curiosità: c'è una analogia con la pellicola "Micheal Clayton".]

Un bel film da vedere e da gustare, da apprezzare nei dialoghi (di stile teatrale) e nei contenuti.

Si esce dal cinema soddisfatti.

“A volte i limiti che ti dai non sempre li rispetti”

The Social Network [2010]

Avvocato dei gemelli: “Signor Zuckerberg, ho la sua piena attenzione?”
Mark: “No…!”
Avvocato: “Non crede che io la meriti?”
Mark: “Come?”
Avvocato: “Non crede che io meriti la sua attenzione?”
Mark: “Ho dovuto giurare prima di questa disposizione, e io non giuro il falso. Quindi ho l’obbligo legare di rispondere “no”.”
Avvocato: “Quindi lei non crede che io meriti la sua attenzione!”
Mark: “Io credo che se i suoi clienti vogliono sedersi sulle mie spalle per dichiararsi alti, hanno il diritto di provarci ma io non sono obbligato a divertirmi ascoltando tutte queste bugie; lei ha una parte della mia attenzione, il quantitativo minimo, il resto della mia attenzione è rivolto ai miei uffici di Facebook dove io e i miei colleghi facciamo cose che nessuno in questa stanza, incluso soprattutto i suoi clienti, è intellettualmente e creativamente capace di fare. È una risposta adeguata alla sua sussieguosa domanda?”

Con un ritardo che ormai mi caratterizza (e che sto cercando di correggere), ieri sera ho recuperato su SKY la visione del film “The Social Network“: la storia della nascita di Facebook.

Contro ogni mia previsione (non avevo grandi aspettative) l’ho trovato un film veramente notevole.

L’attore che interpreta Mark Zuckerberg è bravissimo: inespressivo, iper-cerebrale, Jesse Eisenberg tratteggia la figura di Zuckerberg come un soggetto assai “strano”, al limite della patologia.

Sospendendo qualsiasi giudizio sul film e sulla vicenda narrata, il fondatore di Facebook viene rappresentato come una persona che vive scollegata dal mondo che noi consideriamo normale, dotato di una intelligenza straordinaria e di un ambiguo comportamento a-sociale. Un personaggio indubbiamente geniale, con tracce vagamente psicotiche, separato dalle emozioni umane (se non erro lo dice anche in una battuta del film: lui non prova emozioni).

Una colonna sonora strepitosa (Oscar 2010) accompagna e sottolinea molto bene questi concetti: elettronica, ipnotica, con pezzi di solo per pianoforte, riesce a trasmettere stati di alienazione, di esaltazione e di solitudine abbastanza profondi.

Alla fine ho avuto l’impressione che uomo e software fossero divenuti una cosa sola: stessa “inespressività” ed una sola entità.

Due scene sono emblematiche. La prima lo vede immerso nella programmazione mentre il suo socio, amico, nonchè Direttore Finanziario (Eduardo Saverin, interpretato da Andrew Garfield) viene messo da parte nella società Facebook: isolato dal mondo, indossando cuffie, è un tutt’uno con il computer sul quale sta freneticamente digitando stringhe di comando. La seconda è la scena finale, che lo vede solo, in sala riunioni, davanti al portatile aperto e – con sguardo vitreo – fissa il monitor totalmente inespressivo, schiacciando ossessivamente il tasto F5 (refresh), in attesa di ricevere una conferma di amicizia.

Pensando al film, stamattina riflettevo cercando anche di capire se il personaggio “lo è o ci fa”:

  • è stronzo nel lanciare l’iniziativa delle votazioni sulle studentesse più belle (come un mercato della vacche digitale, non molto lontano dai vari concorsi delle miss) o ha avuto l’intuizione che è quello il bisogno da soddisfare degli studenti (che vengono presentati come ricchi ragazzotti superficiali, impegnati in feste al limite)?
  • è stato stupido (ingenuo, irresponsabile, inconsapevole) nel farsi abbindolare dallo squalo di Napster (un grande Justin Timberlake che interpreta Sean Parker), oppure ha fatto freddamente i suoi calcoli?

Ed il suo amico Eduardo (Direttore Finanziario) è stato troppo impulsivo nel congelare i conti (accecato dal panico, o dalla gelosia, e dalla sua giovanissima età), oppure ha fatto bene? (Considerando che Zuckerberg non lo caccia via; lo considera ancora suo amico e Direttore Finanziario ottenendo lo scongelamento del conto: manovra subdola oppure semplice amicizia?).

Nel momento in cui Eduardo viene messo da parte viene il dubbio che Zuckerberg sia totalmente inconsapevole della situazione, che sia pilotato da Parker, ragazzo navigato ed immensamente furbo, nonchè pervaso da una potente ambizion e da delirio di onnipotenza (essendo già una star del web). Oppure Zuckerberg lasciava il lavoro sporco a Parker?

Zuckerberg risulta essere una persona estremamente sola, scollegata dalla realtà quotidiana e molto ben calato nella virtualità.

Quando una ragazza dice che: “[Facebook] E’ come una droga; ci vado anche cinque volte al giorno!“, lì si nasconde tutta la potenza di questo (del) Social Network. Uno strumento in grado di legarti a se e farti vivere un’altra realtà, protetta (?) da identità che non è detto siano reali. Uno magnifica macchina da soldi, che è stata capace di cambiare totalmente il concetto di Web. Capace di rovesciare il concetto di socialità e di reti di connessioni: sei sempre connesso, c’è sempre qualcuno on line, c’è sempre qualcuno lì con te (apparentemente) e non sei mai solo (in realtà sei incredibilmente solo).

Una esternazione della mente di un ragazzo geniale, in grado di catturarti in una rete che ti può dare tutto in apparenza, ma che è uno strumento molto potente di controllo, tale da poter essere considerato come una sorta di Grande Fratello di Orwelliana memoria (lo scenario è un po’ diverso, ma il risultato è lo stesso; con qualche anno di ritardo, ma è lo stesso).

Riflessioni già scaturite in ordine sparso in precedenti post (che ben descrivono il mio rapporto conflittuale col Web) e nelle considerazioni che feci quando volevo chiudere il profilo di Facebook.

Cloverfield – film [2008]

L’avevo perso quando uscì al cinema. E forse è stato meglio così…

Un film così non l’avevo ancora visto.

Uno stato di angoscia così elevato l’avevo provato guardando il film “The Blair Witch Project” (il primo), che fu una colossale operazione pubblicitaria in grado però di gettarmi in uno stato di terrore puro. Mi ricordo che volevo andarlo a vedere, ma temevo di essere attanagliata dalla fifa più atroce. Così – preventivamente – mi informai, guardai gli speciali e feci tutto il possibile per comprendere come era stato realizzato e perchè. Nonostante tutta l’operazione di preparazione, all’inizio del secondo tempo fui colta dal terrore puro che mi accompagnò fino alla fine del film. Ed ancora oggi, ricordandomi la scena finale, mi vengono i brividi.

Ma veniamo a Cloverfield.

Ho letto critiche che lo osannano come un capolavoro, altre che lo bollano come una boiata pazzesca.

Secondo me è un film profondamente innovativo e molto ben costruito.

La modalità di registrazione a “telecamera in spalla” è effettivamente da nausea e penso che visto sul grande schermo possa avere dato problemi non indifferenti. Però il livello di coinvolgimento emotivo è molto-molto elevato.

La prima sequenza di attacco e distruzione ricorda, forse troppo da vicino, le immagini e le sequenze dell’11 settembre: il crollo del grattacielo, la gente che si aggira smarrita e coperta di polvere bianca hanno un impatto emotivo molto forte e ti catapultano nella “realtà” della vicenda, con una abilissima operazione di coinvolgimento ed empatia.

Da lì in avanti il livello di angoscia cresce e tu – spettatore – corri, lotti, ti disperi e con-partecipi coi protagonisti del film. Osservi ciò che accade e – nei primi momenti – ti domandi anche tu cosa stia succedendo, osservando ciò che sta accadendo “intorno a te” (gente che parla in gruppetti, altri che fotografano e filmano coi telefonini, ecc. ecc.).

Passi da una situazione di divertimento iniziale, guardando il video della festa a sorpresa per l’amico che parte, ad una situazione drammatica.

Non ha importanza quanto sia reale e quanto sia credibile, il regista ti ha agganciato e ti porta con se in questo incubo metropolitano un po’ “Godzilla” (come se fosse una cronaca in presa diretta), un po’ “Blair Witch Project” (per la “camera in spalla”) ed un po’ “Lost” (non a caso il film è una “creatura” dell’ideatore della celebre serie). Ricordo ancora le prime puntate della innovativa serie dei sopravvisuti all’incidente aereo: per la sottoscritta, che detesta volare, la sequenza dell’incidente aereo è degna di un infarto…

Cloverfield non sarà un capolavoro di cinematografia, non sarà ricco di contenuti e sarà sicuramente una abilissima operazione di marketing, ma è anche un film innovativo: anzichè assistere alle avventure dei protagonisti di una storia (con un punto di osservazione esterno), vivi con loro le vicende, con-partecipando (punto di osservazione interno: è come se la videocamera la tenessi tu).

Videocracy – Basta apparire

Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti.  [Andy Warhol]

Arrivo in ritardo su questo film (datato 2009), che ho avuto occasione di vedere su Current TV (pare prossima all’oscuramento, causa non rinnovo del contratto da parte di Sky).

L’avevo sempre evitato per risparmiarmi travasi di bile e pulsioni d’indignazione utili solo a farmi venire il fegato grosso.

Poi, proprio martedì sera – 31 maggio – in prima serata è stato mandato in onda e ho deciso di guardarmelo per cercare di capire cos’è veramente questo film (ho letto giudizi contrastanti su internet: chi lo giudica un capolavoro, chi una bufala).

Bene, nulla di nuovo sotto il sole: sono cose, vicende, persone risapute e le idee espresse nel film credo siano totalmente condivise dal pubblico che è andato a vedere il film.

Credo che la pellicola non sia arrivata dove doveva arrivare: sul grande pubblico fruitore delle trasmissioni televisive, provocandogli un brusco risveglio. Bensì ce la siamo raccontata in un gruppo ristretto di persone che condividono le stesse idee, mentre all’estero avrà confermato convinzioni (limitanti e non) circa il nostro Paese.

Che dire del film?

Ben montato, con una buona colonna sonora, racconta quello che è sotto gli occhi di tutti da diversi decenni. Racconta di Berlusconi, senza dire nulla di nuovo e senza montare nessun impianto accusatorio. Racconta di Lele Mora e del suo mestiere: lo stesso Mora si presta a spiegare e raccontare. Racconta del fenomeno Fabrizio Corona, senza dire nulla di nuovo rispetto a quanto già si sa abbondantemente.

Anzi, dal mio punto di vista, Berlusconi, Lele Mora e Fabrizio Corona non ne escono infangati; sono quello che sono. E se sono quello che sono è semplicemente perchè gli è stato permesso di diventarlo.

Siamo “noi” che abbiamo permesso a Corona di diventare quel fenomeno mediatico che è diventato (lui stesso disse una volta che “lui è quello che la gente vuole che sia”… una logica ineccepibile).

Lele Mora fa l’agente dei personaggi dello spettacolo. Cosa faccia e come lo faccia è relativo.

Berlusconi è (stato) un imprenditore, possessore di gran parte dei mezzi di comunicazione ed ora è Presidente del Consiglio. Se ha fatto quello che ha fatto, ed è lì dove si trova ora, è semplicemente perchè glielo abbiamo permesso. Tutto qui.

Paradossalmente, in queste tre figure c’è una certa coerenza (condivisibile o meno).

Invece quello che mi ha colpito, e che ha fatto si che venissi invasa da un senso di squallore infinito, è stato vedere le immagini delle selezioni per le nuove veline al Centro Commerciale Fiordaliso: un mucchio di ragazzotte che mostrano tatuaggi, che si dimenano, la cui massima aspirazione è sposare un calciatore. Il tutto sotto gli occhi compiaciuti e/o divertiti degli utenti del centro commerciale, con bimbi piccoli che osservano questo spettacolo con occhi stupefatti (chissà cosa stanno assorbendo…?).

Triste è la frustrazione del ragazzone che si allena come un pazzo in karate e studia Ricky Martin, per diventare un incrocio tra Jean Claude Van Damme ed il cantante latino, perchè “sennò non ti vede nessuno e nessuna ragazza vuole uscire con te“: gira tra provini e spettacoli televisi (come pubblico) alla ricerca di una occasione per diventare qualcuno ed avere visibilità.

Straniante vedere le aspiranti PR del Billionaire di Briatore, che smaniano per diventare “la PR” che avrà in premio 15 giorni (??) di conduzione delle previsioni del tempo su una rete Mediaset.

Ancor più straniante vedere la folla di gente in Costa Smeralda (credo Porto Cervo), armata di telefonini per fotografare questi nuovi idoli.

Aghiacciante vedere una signora attempata (coi capelli alla Wanna Marchi) presentarsi ad un provino Mediaset con un numero di spogliarello veramente squallido. Mi sono domandata dove fosse e soprattutto cosa sia la dignità…

Ripeto, nulla di nuovo sotto il sole. Spiace solo vedere che il concetto del “soldo facile”, con la disposizione a scendere anche a “compromessi” (con il beneplacito di genitori e/o familiari), sia l’obiettivo di una generazione che (forse) domani resterà con un pugno di mosche in mano. (E purtroppo questa disposizione a scendere a “compromessi” mi è stata confermata anche da un giovane amico)

Tempo fa sul Corriere della Sera uscì un articolo che evidenziava le due facce della nostra società: nello stesso giorno si svolgevano le selezioni per un posto di velina (o letterina, o quel che è) e un posto di insegnante. A Cologno Monzese (sede di Mediaset) c’era una folla oceanica di aspiranti soubrette, al Forum di Assago c’erano molte meno persone…

Parlandone stamattina con il babbo (71 anni) in auto, mi ha detto che questa è la società di oggi, che ha priorità diverse rispetto a società passate. “Questo è il mondo”, dice.

Già… questo è il mondo…

Ma forse questo è “un” mondo, uno dei tanti.

Il discorso del Re [film]

Bel film “Il discorso del re” con Colin Firth (nel ruolo di Re Giorgio VI) e Geoffrey Rush (nel ruolo di Lionel Logue, logopedista).

Non sto a raccontare la trama (ampiamente reperibile su internet), ma l’impressione e le sensazioni che il film mi ha trasmesso.

Oltre a raccontare la storia del “re balbuziente”, secondo me è anche un film su una bella amicizia davvero speciale: l’amicizia tra il futuro Re Giorgio VI ed il suo logopedista Lionel Logue (reperito attraverso un annuncio economico dalla moglie del Re, Elisabeth Bow-Lyon, interpretata da una intensa Helena Bonham Carter).

Un’amicizia nata con molte difficoltà a causa della ostinazione di Re Giorgio VI a convincersi a cambiare e a considerare che la sua balbuzie non è curabile. Il tutto supportato dalle difficoltà (apparentemente insormontabili) dettate dall’etichetta e dalle distanze sociali tra i due uomini.

Lionel Logue intraprende un duro lavoro di lenta demolizione delle barriere poste dal Re, arrivando ad intrecciare un rapporto di grandissima profondità con il suo illustre paziente, alternando momenti di ironia a momenti molto aggressivi, minando inesorabilmente alle fondamenta l’ostinazione e la cocciutaggine dell’uomo.

Un lavoro di calibrazione, di coaching, di interruzioni di schemi, che pian-piano fanno aprire l’uomo sofferente, creando un legame fortissimo di amicizia e di stima profonda.

Mi sono divertita un sacco a vedere gli esercizi massacranti che Logue e Re Giorgio VI fanno per sciogliere la muscolatura e scaldare la voce: mi hanno fatto ricordare degli esercizi faticosissimi che feci in un corso con Patrizia Mottola (Il Potere della Voce). Fu una esperienza bellissima (durata purtroppo una sola giornata), molto fisica e molto faticosa, ma molto bella dove imparammo varie tecniche di respirazione, per scaldare la voce, di postura,…

Bella l’ambientazione e la ricostruzione: alcuni attori sono stati scelti in maniera accurata e somiglianti con i personaggi dell’epoca (Wallis Simpson, Re Edoardo VIII, Winston Churchill tra i tanti).

Ottima interpretazione di Colin Firth (visto di recente nel film a “A Single Man”, film che mi ha lasciata perplessa, pur essendo una pellicola esteticamente perfetta) e grande l’interpretazione di Geoffrey Rush, un misto molto ben calibrato di ironia e di sensibilità.

Comprimaria di lusso Helena Bonham Carter, in un ruolo eccezionalmente misurato (di solito interpreta parti eccessive nei film di suo marito Tim Burton).

Dialoghi eccellenti, degni di un’opera teatrale.

Una storia che potrebbe essere tranquillamente portata su un palcoscenico.

Insomma, un gran bel film.

Io sono l’amore [film]

Ieri sera ho visto su Sky il film “Io sono l’amore” [2009], con protagonista principale Tilda Swinton, una delle mie attrici preferite, impegnata nel ruolo della moglie russa di un imprenditore dell’alta borghesia milanese.

Non mi dilungo nella descrizione della trama e nella elencazione degli interpreti, tutti bravissimi, tra cui spicca Alba Rohrwacher per intensità espressiva e sensibilità, oltre che per la straordinaria somiglianza (voluta) con Tilda Swinton (di cui interpreta la figlia).

Avevo letto commenti e critiche contrastanti, ma a me è piaciuto. E tanto anche.

Mi sono piaciute le musiche, molto simili a quelle del film “Orlando“, di cui Tilda Swinton era l’interprete principale (e che ho rivisto di recente a notte inoltrata sempre su uno dei canali Sky).

Mi è piaciuta l’ambientazione. Coincidenza per me incredibile, il film è ambientato tra Milano (città in cui vivo e lavoro) e San Remo (città ligure dove ho trascorso periodi della mia infanzia e dove abitavano i miei nonni materni Riccardo e Maria).

La residenza della famiglia Recchi (protagonista della vicenda) è Villa Necchi Campiglio: una villa straordinaria, bene del FAI (Fondo Ambiente Italiano), che io amo particolarmente. Passeggiare nel suo giardino e visitare i suoi ambienti è per me motivo sempre di appagamento estetico. Ri-visitarla attraverso le immagini del film, è stato un momento veramente piacevole e di riconoscimento di ambienti che definirei quasi “familiari”.

Un film esteticamente perfetto. E la “perfezione” è anche il filo conduttore della vicenda: una vita (apparentemente) perfetta, scandita da rituali borghesi, con pranzi e cene perfettamente organizzati. Tutto codificato: dai rapporti umani agli abiti, fino ad arrivare ai movimenti (sottolineati nelle riprese dei dettagli, dei movimenti delle mani, dei movimenti nel comporre le portate dei cibi, dei movimenti silenziosi ed efficienti della servitù, dei movimenti precisi di apertura e chiusura delle porte scorrevoli della villa, che mi hanno dato l’impressione di aperture e chiusure di diaframmi comunicativi tra i vari membri della famiglia).

Perfezione come rigidezza e geometria, sottolineata dalle immagini degli edifici di pietra (dettagli di palazzi milanesi, del Duomo, delle statue che ornano facciate di palazzi e piazze) e dalle panoramiche della città e dei suoi edifici alti (Piazza della Repubblica e via Vittor Pisani visti come ambienti urbani scanditi da grattacieli e geometrie rigide).

Ambienti perfetti ed algidi: la sequenza di apertura con Milano innevata e appiattita nei suoi colori è emblematica. Rappresenta l’ambiente nel quale si muove la protagonista.

Ambienti nettamente contrapposti all’altra vita: quella del cuoco Antonio, immerso nella natura irregolare, collinare, morbida, accogliente e colorata. Un ambiente che metterà in crisi la vita di Emma Recchi (la protagonista); donna talmente immersa in una vita non sua (russa di origine) da avere anche dimenticato il suo vero nome (Emma è il nome che le da il marito una volta sposati) e forse anche la sua identità.

Una identità che recupererà a causa (sarebbe da dire “grazie a”) una tragedia, sottolineata da una pioggia liberatoria (le immagini della pioggia che pian-piano iniziano a bagnare la pietra sono emblematiche), che lava via un “abito” che non va più bene.

Lezioni di felicità

Ho appena finito di vedere “Lezioni di felicità” (film franco/belga del 2006).

E’ la storia di Odette (donna di umili origini, poco acculturata, commessa in un grande magazzino), accanita lettrice di romanzi di uno scrittore di successo di nome Balthazar. Odette considera Balthazar colui che le ha ridato la felicità attraverso i suoi libri, mentre Balthazar stesso è un uomo infelice pur essendo uomo di successo, circondato di lusso, con una bella moglie (che lo tradisce con il suo critico letterario più avverso). Per varie vicissitudini i due entrano in contatto (Balthazar viene ospitato da Odette per qualche tempo) e Odette insegna la felicità a Balthazar.

Film decisamente strano (con punte surreali in alcune sequenze), vuole trasmettere il messaggio che la felicità è molto più vicina di quanto pensiamo (si è felici quando si conosce se stessi) e si cela nella semplicità delle cose (alcuni pensieri di Odette sono di una semplicità disarmante).

Mi fa sorgere la domanda sul perchè uno insegue costantemente pensieri complessi (attraverso la lettura di testi di alto intelletto, la visione di film e/o opere teatrali complesse) nella convizione di trovare risposte e nutrimento intellettuale intesi a dare soddisfazione (al proprio Ego); perchè si circonda (o insegue costantemente) oggetti e beni che gli diano soddisfazione e identità. Quando in realtà la bellezza e la felicità sta nella semplicità delle cose, nella quotidianità e nell’apprezzamento di ciò che si ha (perchè alcuni popoli poverissimi, sono felici nonostante non abbiano nulla?).

Tutto ciò mi ricorda un libro che ho letto di recente dal titolo “Elogio del lusso”, dove il lusso viene inteso come uno stile di vita autentico e ritrovato: Tempo, Spaziosità, Silenzio:

Il lusso come distinzione basata sul denaro è finito: il lusso come distinzione basata su scelte di vita autonome, consapevoli, felici è il futuro.

Ed il pensiero corre ad un altro libro intitolato “Ma io chi sono? (Ed eventualmente quanti sono)”: viaggio nella storia della filosofia, raccontata come un viaggio attraverso il mondo, l’autore cerca delle risposte a delle domande fondamentali che l’uomo si pone. Prima fra tutte se e qual’è il senso della vita e la ricerca della felicità.

…non esagerare nella ricerca della felicità. Non c’è arte più grande dell’affrontare l’assenza di felicità restando tranquilli.

Imparare ad amare ciò che è.

In Bruges

Finalmente, con un ritardo notevole, ho visto il film In Bruges.

Ne avevo sentito tanto parlare (e anche molto bene) e la curiosità si era accentuata dopo che la Pasqua scorsa ero stata a Bruges.

Dopo averlo inseguito su Sky per mesi (lo facevano sempre-sempre-sempre di notte… e durante la settimana, mai nei weekend… improponibile!), ho acquistato il DVD e me lo sono visto in tutta tranquillità.

Film permeato di malinconia, più si va avanti maggiore è la sensazione di avere a che fare con un film stranissimo.

La storia narra di due killer rifugiatisi a Bruges (dopo un omicidio con conseguenze tragiche), con l’ordine di restare in attesa di istruzioni da parte del loro capo (un notevole Ralph Finnes, quasi in forma di cameo). Questa loro attesa si trasforma in occasione per conoscere la città (valorizzata dalle ottime riprese), da parte dell’ottimo Brendan Gleeson, e per iniziare (abbozzare) una nuova vita (Colin Farrell).

Film intelligente e geniale allo stesso tempo, è sicuramente una pellicola fuori dal coro con delle figure al limite del surreale (il naziskin macchietta, il nano attore, la spacciatrice, la proprietaria dell’albergo incinta…).

I dialoghi sono intelligentissimi e fulminanti, mai scontati, con alcune situazioni al limite del paradossale. Insomma un film non proprio comune.

Non è assolutamente trascurabile anche l’aspetto visivo: le immagini della città sono meravigliose e restituiscono fedelmente la bellezza di questa località belga.

Non è un film “facile”, però se si ha voglia di vedere qualcosa di diverso può rappresentare una valida alternativa alle pellicole normalmente in circolazione.

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