Emozioni sensuali

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Ho conosciuto Anna Castelli (autrice del libro “Emozioni Veneziane”) prima attraverso Twitter (iniziò lei a seguirmi), trasferendoci successivamente su Facebook ed entrando in contatto – in un secondo tempo – anche con Don Oscarez (marito e fotografo).

E stamattina sono stata alla presentazione del libro alla Libreria Popolare di via Tadino, a Milano, conoscendoli di persona.

Una presentazione che si è trasformata in brunch letterario (a base di focaccia, salame, prosecco e formaggio), in compagnia di Elena Terrin (eccezionale grafica) e del sig. Guido (proprietario della libreria).

È stato un bel momento di ascolto e condivisione di storie e leggende veneziane, di arte, di libri, di creatività e di passioni.

Spinta dai racconti che ho ascoltato, ho acquistato una copia ed oggi pomeriggio me lo sono letto tutto d’un fiato.

Sono stata catturata da subito dall’atmosfera sensuale, quasi decadente, di Venezia, dei suoi palazzi sontuosi; delle lussuose feste organizzate da ricchi, nobili e magnati.

Ho seguito le avventure dei protagonisti ripercorrendo Venezia, accompagnata in un itinerario fuori dai circuiti turistici e vivendo le intense emozioni della protagonista…

Un delizioso piccolo libro, sontuoso, denso e ricco, preceduto da una esplosiva introduzione di Tinto Brass (che coniuga sensualità con un altissimo livello culturale).

Da leggere e lasciarsi trasportare ed avvolgere, come si viene avvolti dai sontuosi tessuti descritti…

È bello vedere come si concretizza il risultato di una passione che costa notti insonni e fatica (costituisce una ottima benzina anche per me e per perseguire le mie passioni).
Questi “progetti” sono una fonte a cui attingere per produrre il carburante per andare avanti a coltivare e sperimentare…

Buona lettura e buon smarrimento nelle calli veneziane…

La mia recensione su Anobii qui.

Siamo tutti venditori

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“L’insuccesso non riuscirà mai ad abbattermi se posseggo davvero una forte determinazione.”

È nota anche ai sassi la mia idiosincrasia per la “vendita”.

Venditori, vendita… sono due parole che mi procurano disagio.

Non so perché e non so cosa sia accaduto per farmi avere questa reazione.

Ho scritto un post su questo blog qualche tempo fa, ho dissertato recentemente sul mio profilo di Facebook insieme ad una Coach e due donne “venditrici”.
Il tutto analizzando e cercando di farmi digerire da sola il concetto di vendita.
Perché mi sono resa conto (ohibò, ho fatto la scoperta dell’acqua calda!) che siamo tutti venditori: di merce, di oggetti, di servizi, di professionalità…
Ed avendo io difficoltà a vendere me stessa, trincerandomi dietro il mantra “faccio parlare il mio lavoro”, ho compreso che dovevo correre ai ripari, affrontando il demone.
Altrimenti non ne sarei venuta fuori più, continuando a raccontarmi storie per evitare di risolvere il problema.

E, come sempre accade quando decidi che è arrivato il momento di fare qualcosa, ti viene incontro un episodio che può esserti d’aiuto a fare il primo passo.

Una mattina apro la posta elettronica e trovo il nuovo articolo del blog EfficaceMente che parla di un libro: “Il più grande venditore del mondo” di Og Mandino
Leggo incuriosita il testo e decido di acquistarlo, supportata anche dai consigli di amici che ne lodano il contenuto.

Complice il lungo viaggio in treno, ho letto questo piccolo libro praticamente in un giorno.

Ed ogni volta che trovo piccoli libri, in termini di pagine, che riescono a trasmettere contenuti rilevanti, apprezzo sempre più il dono della sinteticità.

Scritto in forma di fiaba, dal vago sapore dei racconti sull’antico Oriente e le sue magiche carovane di mercanti, l’ho trovato un libro abbastanza coinvolgente (in alcuni punti mi ha molto coinvolto in altri meno) ed illuminante nella sua semplicità.

Con l’abile escamotage del racconto, raccoglie un vademecum di buone regole morali e comportamentali valide non solo per la vendita, intesa come molti di noi la intendono, ma anche per la vita di tutti i giorni.

Regole di vita, valide anche per la professione (qualunque essa sia).

Un libricino che, nel suo nucleo centrale, può e deve essere consultato ogniqualvolta lo si senta necessario (un po’ come “Il Guerriero della Luce”, altro libro che tengo sul comodino e che ogni tanto consulto alla ricerca di risposte, conforto,…).

Mi ha solo lasciato un po’ perplessa l’aggancio della narrazione con le vicende legate alla storia di Gesù.
Per come veniva narrata, per la magia evocativa delle immagini descritte, poteva anche essere evitata la contaminazione con risvolti religiosi.
Ma è una cosa che notai anche nel libro di Zig Ziglar: “Ci vediamo sulla cima”.
Forse la società statunitense aveva (e ha) bisogno di agganci evangelici e religiosi per “giustificare” e motivare alcune azioni. Non lo so, la mia è solo una ipotesi.

Comunque un bel libro nel suo complesso.

Ha iniziato a disgregare la concezione rigida di “vendita” che ho nella testa.
E questo non è poco.
Posso proseguire nel mio cammino di disgregazione.

D’altronde siamo tutti venditori, qualsiasi mestiere noi facciamo.

Sperimentazione vs. Programmazione

Quando ci sono in gioco i nostri possibili sé, ciò che avviene si può assimilare a una feroce competizione darwiniana in atto dentro di noi.

Ci sono dei momenti nei quali dei libri ti capitano, così come per caso… E questo è per me uno di quei momenti.

E’ un periodo nel quale ho tanti libri iniziati e nessuno finito, che porto stancamente avanti, quasi priva di motivazione, e facendo molta fatica a trovare spunti e “quel qualcosa in più” che mi fa avere l’illuminazione e l’ispirazione, accendendo i motori che mi fanno divorare ed assaporare in pieno il testo che mi ritrovo tra le mani.

Ma, proprio qualche giorno fa, cercando senza uno scopo preciso, vado (spinta da non si sa che cosa) a consultare il profilo di Anobii di Helga Ogliari e trovo tra i suoi libri, il testo di Herminia Ibarra: “Identità al lavoro – Strategie non convenzionali per trasformare il lavoro (e la vita)” (ed. ETAS – anno 2006).

Mi informo un po’, leggendo recensioni sul web, e – senza perdere molto tempo – lo ordino e – ricevuto – ne inizio la lettura.

E mi si apre un mondo…

Finalmente trovo un testo che, per come lo sto leggendo e lo sto interpretando, capovolge tutti i concetti di programmazione che – ora più che mai – mi stanno stretti.

Finalmente trovo un testo nel quale vedo scritto (nero su bianco) quanto io sto provando in questo momento che viene descritto come una transizione.

Finalmente trovo riflessioni sulla importanza della emotività e della propria storia all’interno della propria professione; professione vista come una manifestazione della nostra identità (di una delle nostre innumerevoli identità).

Finalmente viene ufficialmente sdoganata con una bella parola (“sperimentazione” e/o “esplorazione“) quella fase della tua vita professionale nella quale ti accorgi che stai vivendo un disagio che ti porta ad aprirti a nuovi interessi, navigando trasversalmente tra ambiti (dei più disparati), flirtando con nuovi sé (una espressione usata dalla stessa autrice), testando quale può essere quello da sviluppare e che ti porterà verso nuove strade.

Delle fasi di transizione, del disagio interiore e della disapprovazione della tua cerchia di conoscenze più strette (che ti vorrebbero sempre uguale) ne viene data descrizione, spiegandone la assoluta naturalezza della loro esistenza all’interno del processo di cambiamento, che può anche durare anni. D’altronde un cambiamento di identità non può essere pianificato a tavolino, non può avvenire in tempi ridotti, ma richiede tempi di gestazione adatti al consolidamento del nuovo sé.

Ed è un libro di conforto (almeno per me) perchè trovo riscontro di quello che sto vivendo ora, trovo un pezzo di me in ogni storia raccontata e trovo anche una collocazione anagrafica incredibilmente vicina alla mia età (tutte le storie raccontate riguardano persone intorno ai 40 anni e più).

Un libro che consiglio caldamente a chi sta vivendo una fase di cambiamento (magari non ancora ben definita), che sta cercando la propria strada, che si sente “vecchio” o “obsoleto” (soprattutto leggendo quello che viene scritto da più parti, con toni pessimistici) e che vuole cambiare ma non riesce a seguire i diktat della programmazione, della scrittura per obiettivi, delle “to do list” e che non trova soddisfazione nel confronto con gli head-hunter (o i consulenti vari).

Sperimentare, coltivare amorevolmente come una pianticella le proprie passioni ed i propri interessi e… “seguire il flusso” (perchè no?!).

Facendo così, senza abbandonare la speranza, e pagando (un po’ a malincuore) l’abbandono di vecchi legami a favore di nuovi legami (che ci vengono incontro con i nostri nuovi interessi), con i giusti tempi, troveremo la nostra strada…

A me è tornata la speranza ed ora mi sento sulla strada giusta, seppur un po’ caotica (per il momento…).

Non sono inconcludente. Non sono confusa. Non sto uscendo di senno.

Sto solo cambiando.

Ed adesso so che posso farlo con serenità.

La Grande Differenza

E ho terminato il percorso del gambero…

Sono partita dagli ultimi libri scritti da Sebastiano Zanolli (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis” e “Io, società a responsabilità illimitata”) e, con una scientificità anagrafica implacabile (non voluta), sono risalita agli albori (“La Grande Differenza”,  pubblicato nel 2003), passando per “Paura a parte” e “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane”.

In questo modo ho potuto apprezzare – in modo forse un po’ atipico – anche il percorso di maturazione dell’autore.

E – cosa curiosa – invece di trovare una difficoltà crescente nei testi via-via pubblicati (che – come mia convinzione limitante – considero direttamente proporzionale alla maturazione), ho trovato una maggiore profondità unita ad una semplicità pressochè invariata nel corso degli anni (cosa abbastanza rara da trovarsi).

Ma questo libro per me ha rappresentato un “parto intellettivo” non da poco.

Una falsa partenza, con interruzione di diverse settimane, perchè innervosita dalle domande e dagli esercizi inseriti in ogni capitolo. Leggerlo come si leggesse un libro di narrativa l’ho trovato pressochè impossibile. E l’idea di mettermi alla scrivania con un quaderno e una penna da un lato, ed il libro dall’altro, mi dava fastidio.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava, e che c’erano alcune cose che dovevano essere affrontate. E l’affrontarle comportava molta fatica.

Così, durante queste feste di Natale e Capodanno, secondo le tempistiche indicate dall’autore nella introduzione del libro (e lasciando il tempo ai miei neuroni di metabolizzare le idee e le riflessioni che emergevano), ho iniziato (e portato a conclusione) il percorso.

Dopo la fatica iniziale, superato l’attrito di primo distacco, ho iniziato a scrivere, commentare e riscrivere idee, programmi, obiettivi, tracciando – per sommi capi – il percorso per il 2012. Vinta la pigrizia, ne è uscito qualcosa di buono che – magari – durante i prossimi giorni subirà qualche ulteriore rimaneggiamento, ma che non credo cambierà nella sostanza. Casomai verrà integrato ed arricchito…

Sicuramente il merito di questo libro è stato quello di forzare il blocco e farmi muovere (cosa non facile) con i miei tempi di riflessione.

Leggendo il libro mi sono domandata cosa stavo facendo io a 39 anni (Sebastiano Zanolli nel 2003, se non ho fatto male i conti, doveva avere 39 anni). Non ero così “evoluta” (e non lo sono neanche adesso, a 43 anni suonati), ma stavo vivendo una delle più grosse crisi personali e professionali che abbia mai vissuto. Una crisi che avrebbe dato inizio ad un cambio di direzione (nel 2007) che continua tuttora e che credo che non avrà mai fine, in un percorso di ricerca continuo.

Un libro da rileggere e riprendere in mano ogni qualvolta si renda necessario o sia utile avere una traccia (un supporto) per focalizzare e tracciare percorsi nuovi.

Un libro scritto da un autore italiano, e quindi con un “taglio” italiano; infatti a volte trovo difficile apprezzare i contenuti ed i messaggi trasmessi in testi di formazione statunitensi. Pensati per una società ed uno stile di vita molto diverso dal nostro, con tradizioni storiche e sociali differenti, li trovo a volte troppo “pompati”. Invece “sento” e comprendo molto di più testi di formazione scritti da autori italiani.

Infine, ma non meno importante, oltre alla struttura e al “passo organizzativo” del libro, mi hanno molto colpito le riflessioni personali dell’autore: le ho trovate molto simili a riflessioni che mi faccio anche io ogni volta che mi accingo a frequentare corsi di formazione e leggere di libri crescita personale.

Domande che ci si pone sul senso delle proprie azioni e sulla correttezza della strada intrapresa…

La forza del gruppo

“Che le cose siano così non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare” [Giovanni Falcone]

Ho appena finito di leggere un bel libro.

Un bel “piccolo” libro che parla di etica, di onestà, di gruppo, di leadership e di brava gente che vuole fare la differenza nella realtà nella quale vive ed opera.

Un “piccolo libro” perché pubblicato da una casa editrice minore, di nicchia: Lupetti. Ma è proprio da queste case editrici che spesso escono i lavori più freschi, più liberi di pensiero, non assoggettati a regole di mercato di massa.

E questo è un libro scritto da tre persone (Mauro Baricca, Demetrio Pisani e Salvatore Vella) provenienti da tre realtà diverse fra loro, che mettono assieme le loro forze, le loro esperienze ed i loro ideali per raccontare il loro lavoro di costruzione di un gruppo in condizioni ambientali anche molto particolari.

Per me è stato particolarmente toccante leggere le testimonianze di Salvatore Vella, Magistrato della Procura della Repubblica di Palermo.
Sentire raccontare dell’impegno di persone che sacrificano la loro vita per cercare di fare di questo posto un mondo migliore, perché credono in quello che fanno, scalda il cuore.

Ti fa comprendere, casomai perdessi la rotta, che c’è tantissima gente che si impegna e che lavora con onestà. Gente il cui obiettivo è proteggere i cittadini anche a rischio della propria vita.

Contemporaneamente, leggere di leadership (“dittatura illuminata”), di team building, di gestione delle persone, di motivazione, di obiettivi, mi faceva riflettere sulle realtà che conosco e su tutte le convinzioni errate con le quali vanno avanti.

Ho avuto la conferma che c’è tantissimo lavoro da fare per costruire qualcosa di diverso rispetto a prima. Qualcosa che fino ad oggi ha marciato secondo concetti di management superati, che non rispondono più alle esigenze odierne che vedono nel recupero di una maggiore umanità, nel recupero della persona e delle sue capacità, le naturali tendenze.

L’avere portato l’esperienza di un magistrato e della sua squadra, del duro lavoro e della profonda umanità, condivisione ed amicizia che lega i componenti, in una realtà molto particolare, è emblematica ed indicativa della strada che va intrapresa.

Che non deve essere accomodante, buonista e tollerante, bensì umana e volta a valorizzare il potenziale del singolo individuo, guidando la persona al perseguimento dell’obiettivo stabilito e condiviso all’interno del gruppo di cui fa parte.

Guidando la “risorsa umana” (termine infelice, snaturalizzante l’individualità) con una “dittatura illuminata” (affascinante paradosso).

Sì, c’è tanto da costruire e tanta responsabilità da assumersi, abbandonando il metodo – purtroppo ancora assai diffuso – di aspettare che altri facciano scelte per noi.

È arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e cambiare tante piccole cose, come tante piccole gocce che scavano una nuova strada da percorrere, lentamente ed inesorabilmente.

Il Senso dell’Orchidea: “La vita non è un giardino di orchidee, è vero, ma noi possiamo diventare dei giardinieri delle relazioni, dei rapporti, del lavoro fatto bene, del senso etico e del divertimento perchè la vita è fatta di passioni e, se non siamo in grado di inseguire e realizzare le nostre passioni, che vita stiamo vivendo?” [Salvatore Vella]

Networking

“Valete troppo per non agire intelligentemente.” [Sebastiano Zanolli]

Sto facendo il gambero.

Ho iniziato a leggere i libri di Sebastiano Zanolli dall’ultimo (“Dovresti tornare a guidare il camion Elvis”), in accoppiata a quello scritto in precedenza (“Io società a responsabilità illimitata”), per poi passare a “Paura a parte” (il suo terzo libro).

Ed ora ho terminato il secondo: “Una soluzione intelligente alle difficoltà quotidiane“.

Tema trattato: l’importanza di fare networking, ossia l’importanza di tessere una rete di relazioni.

Scritto nel 2005, agli “albori” di quello che la rete oggi è diventata (Facebook insegna), elenca (e supporta con argomentazioni) i motivi che devono spingerci a creare una valida rete di relazioni. MA non con lo scopo di vendere/manipolare e “fare i piazzisti”, BENSI’ con lo scopo di creare (e ri-creare) una rete di relazioni sociali utile a scambi e condivisioni di opinioni, di conoscenze (intellettuali e non).

Creazione di una rete che valorizzi e mostri la nostra ricchezza umana (e professionale), le caratteristiche che ci rendono unici ed irripetibili (e quindi in grado di fare la differenza ovunque noi andiamo), senza però essere invasivi, percussivi e strabordanti (col rischio di generare una reazione di rigetto da parte della rete stessa).

Sarò ripetitiva, ma a me piace lo “stile Zanolli”: sintetico, linguisticamente semplice ma densissimo contenutisticamente.

E anche qui, come negli altri libri che ho letto, mette il dito nella piaga delle convinzioni limitanti che ci impediscono di esprimerci al massimo delle potenzialità.

Leggendo il libro spesso mi sono soffermata pensando a quante piccole e grandi verità vengono messe nero su bianco. Verità che spesso mi sono negata o ho accuratamente evitato.

Un paio?

Non ho niente da proporre“: questa affermazione si combina alla perfezione con la scarsa chiarezza che ho nella testa; una curiosa commistione di identità varie professionali e personali che non riesco a cucire con un filo rosso che tutto lega e crea.

Se qualcuno vuole aiutarmi, deve capire da sé di cosa ho bisogno, senza che glielo spieghi“: altro discorsetto che mi sono spesso ripetuta e che ben rappresenta la mia maledetta, congenita timidezza e paura nel chiedere (la paura del  rifiuto). Due “bestie” che sto lentamente addomesticando, grazie anche all’utilizzo massiccio del web 2.0, che – facendo da filtro – mi permette di gestire almeno la prima fase di avvicinamento, dandomi un po’ di coraggio nel compiere i primi passi.

Come per gli altri libri di Zanolli, anche questo va riletto più volte per catturare appieno il fiume incessante di spunti e riflessioni che scaturiscono da ogni singola riga.

Da tenere sullo scaffale, a portata di mano, e da consultare ogniqualvolta ce ne sia bisogno per riepilogare, ricucire e chiarire.

Qual è il momento per iniziare?
Anche in questo caso la mia risposta vi deluderà.
Ora!
Anzi, era ieri.
E per questo vi chiederò nei prossimi capitoli di cercare, frugare, analizzare, ricordare chi e quando avete conosciuto questa o quella persona.
Ma vi ripeto che non c’è momento migliore di adesso per cominciare….
… La rete di salvataggio si costruisce prima dell’incidente.
Il paracadute si prepara prima del lancio…
Quello che si rischia nel rimandare l’inizio di una gestione cosciente della vostra rete di conoscenze è di perdere lungo la strada della dimenticanza un patrimonio umano incalcolabile.
Se pensate che questo pensiero sia troppo pragmatico o calcolatore, v’invito a guardare la cosa da un altro punto di vista.
Quello del rispetto e della valorizzazione del prossimo e di voi stessi.
Non rimarremo sul pianeta Terra per sempre.
Non avremo infinite possibilità di stringere legami con il resto dei nostri simili…
… Non scordatevi di chi incontrate.
Potreste non trovarlo mai più.

[Sebastiano Zanolli, citazione tratta dal libro e riportata sulla pagina Facebook "La Grande Differenza"]

Libri, libri non finiti, libri illeggibili

Ieri ho fatto una radicale pulizia di libri che giacciono negli scaffali da mesi e che non leggerò e/o non finirò mai di leggere.

Ne ho eliminati veramente tanti e li porterò agli amici di Vivere con Lentezza, che li metteranno in vendita sui loro banchetti, per finanziare delle opere che stanno realizzando in India per i bambini di Jaipur. Questo mi fa sentire meglio: so che serviranno a finanziare un progetto importante, utile per bimbi nati in un’area disagiata. Inoltre confido che finiranno in mano a persone che magari li troveranno divertenti ed istruttivi, e magari serviranno a migliorare la vita di qualcuno.

Quando non riesco a terminare un libro mi sento veramente in colpa: mi sembra di avere buttato via dei soldi e mi sembra di togliere la parola ad una persona (l’autore) che sta cercando di comunicare qualcosa. A volte, davanti a testi di crescita personale, penso che se mi blocco nella lettura, possa essere dovuto a qualche concetto che mi disturba e che rappresenta un ostacolo da superare…

Ma a volte alcuni libri sono veramente illeggibili (almeno per me).

L’ultimo libro che ho interrotto, gettando la spugna dopo essermi arenata per ben due volte, è “La Scienza della Negoziazione” di George Kohlrieser.

Una fatica immane nell’attraversare un saggio che ho trovato privo di filo logico: una accozzaglia di psicologia, coaching, negoziazione e chi più ne ha più ne metta. Un percorso a zig-zag nel quale non sono riuscita a trovare un nesso. Una infilata di concetti espressi in modo banale (attenzione banale, non semplice che è un’altra cosa). Una volontà di dimostrare da parte dell’autore la propria onniscenza, con l’ambizione di scrivere un trattato, un’opera omnia.

Purtroppo mi sono annoiata e ho perso il filo del discorso un numero imprecisato di volte.

Dopo essermi arenata per due volte intorno alla pagina 150, dopo essermi sciroppata discorsi sull’elaborazione del lutto, sulle cause della aggressività, sull’occhio della mente, ho detto “Basta!” e ho chiuso il libro.

Dopo questa esperienza frustrante, ho ripensato ad altri testi da me abbandonati per sfinimento, o fermi a metà da un po’ di tempo, o faticosamente portati a termine.

Non me ne vogliano gli estimatori, ma i libri di Stephen Covey sono – per me – l’equivalente di una scalata dell’Everest senza ossigeno. Faticosi e prolissi, sono ferma nella mia convinzione (forse limitante) che i concetti (validi) potevano essere espressi in metà delle pagine ed avere lo stesso valore (se non superiore). Non è ripetere “più-e-più” volte i concetti che si da valore aggiunto: a volte la sintesi è uno strumento molto efficace (che io sto apprezzando sempre più). Va bene esplicare idee che possono risultare complesse, e portare esempi, ma ripetere, e condire di pretenziosi grafici, nozioni veramente semplici può risultare alla lunga un po’ pesante.

Un altro libro che ho faticosamente portato a termine è “La Magia del Linguaggio”(Sleight of mouth) di Robert Dilts. Una fatica pazzesca nel confrontarmi con un linguaggio ed una espressione di concetti veramente difficile da comprendere. Durante la lettura mi sono domandata più volte perché, per rendere (presumibilmente) più attraente un concetto bisogna esprimerlo in modo iper-complesso, con un linguaggio – a volte – criptico.

Perché la semplicità viene rifuggita come se fosse la peste?

Ho apprezzato (ed apprezzo) lo stile di scrittura di William Ury (ho letto “Il No positivo” e l’ho trovato semplice, efficace e lineare), di Anthony Robbins (folgorata dal libro “Come ottenere il meglio da se stessi e dagli altri”, che mi ha aperto la mente a nuove possibilità), di Claudio Belotti, di Sebastiano Zanolli, di Gianfranco Damico. [Ho apprezzato anche lo stile ipnotico di Richard Bandler, in grado di mandarti in loop grazie ad un utilizzo molto sofisticato della costruzione linguistica (bisogna sospendere qualsiasi giudizio sul rispetto delle regole grammaticali e logiche... ed allora ci si diverte sul serio!).]

Tutti autori in grado di trasmettere con sintesi, semplicità ed efficacia, concetti molto importanti, immediatamente applicabili. D’altronde è questo – secondo me – lo scopo di un libro di crescita personale: trasmettere idee immediatamente utilizzabili nella quotidianità.

Per il resto ci sono gli eccellenti testi dei filosofi greci (anch’essi sintetici e profondi), i testi dell’antica filosofia orientale, e la narrativa (che attraverso il racconto trasmette nozioni e valori).

Penso che quello di cui abbiamo bisogno oggi è concretezza ed efficacia, non inutili “voli pindarici a cavatappi”.

Underworlds – Echi dal lato oscuro

“La Dimora è un guazzabuglio grottesco, incrocio farneticante tra Ikea da cloaca e Bauhaus in delirio metamfetaminico” [Totentanz]

Non leggevo un libro di Alan D. Altieri da anni: appassionata ai suoi romanzi “Città Oscura”, “Ultima Luce” e “Kondor”, il corso del tempo mi ha fatto percorrere altre strade.

Poi, grazie ad un ricordo improvviso e alla sua pagina su Facebook, sono venuta a conoscenza della sua nuova pubblicazione che mi sono affrettata a comprare e che ho letto nel giro di pochissimo tempo.

Di Altieri mi ha colpito ed ho sempre apprezzato (ricordandomene ancora dopo lungo tempo) il suo stile di scrittura: secco, deciso, iper-tecnologico, onomatopeico (alcune parole suggeriscono rumori) e con un uso della linguistica molto sofisticata (anche se apparentemente può non sembrare).

Dallo stile cinematografico (mentre si legge, le rappresentazione mentali sono molto nitide), il suo linguaggio – con poche parole – è in grado di inquadrare atmosfere apocalittiche e generare sensazioni estreme.

A distanza di anni ricordo ancora le immagini che mi figuravo nella mente leggendo “Città Oscura” e “Kondor”. Immagini che vidi alla televisione anni dopo (vivendo una sensazione di inquietudine e di deja-vu): ascoltando i servizi che parlavano dei disordini di Los Angeles, scoppiati a seguito del pestaggio da parte della polizia di un ragazzo di colore (prima), e dei pozzi di petrolio in fiamme nella Prima Guerra del Golfo (poi). Ricordo ancora il “film mentale” che scorreva nella mia testa leggendo l’accurata e cinematografica descrizione del bombardiere Stealth che precipita in apertura al romanzo “Kondor” (se non ricordo male).

Romanzi che mi affascinarono per la loro potenza visiva e cromatica, e per il delirio iper-tecnologico (descrizioni di metalli, superfici, ambienti, tecnologie,…, con poche-secche parole ad alto effetto). Per il loro linguaggio fortemente innovativo ed evocativo, per il ritmo veloce.

Ritornare a leggerlo dopo anni è stato recuperare antiche emozioni e – in aggiunta – vivere una esperienza forte. Infatti ho creduto di non riuscire a terminare il libro.

La serie di racconti di Underworlds (terminata ieri a tarda sera) è stata un viaggio nel lato oscuro dell’animo umano.

Una escalation di violenza folle, un crescendo, come se si stesse seguendo – attraverso la serie sequenziale di racconti – la fine dell’essere umano.

“Scarecrow” (l’immagine dello spaventapasseri onnipresente è degna di un incubo, come fu per me l’immagine del pagliaccio di IT di Stephen King) è l’inizio del viaggio nella follia dell’uomo; un viaggio a cui fa da contraltare un paesaggio alienante: sterminati campi di grano.

“Totentanz” mi ha urtato per la sua violenza assurda, oltre il limite… qualsiasi esso sia; una violenza trasmessa molto bene anche a livello linguistico, attraverso l’uso di parole violentissime. Parole che ben descrivono l’escalation di violenza inarrestabile, in un gioco al massacro. [Mi è tornato in mente quell'esperimento che è stato condotto in una Università straniera e che è stato rapidamente sospeso per le pericolose dinamiche che si erano innescate tra i partecipanti: un gruppo di studenti aveva il compito di fare i prigioneri, un altro gruppo di fare i secondini/sorveglianti. La situazione sfuggì di mano e l'esperimento venne interrotto a causa delle azioni di maltrattamento e sevizie che il gruppo dei "secondini" aveva iniziato ad esercitare sui "prigionieri".]

“Skorpi@6.6″ è un altro incubo popolato da aracnidi, uomini e macchine.

E, apoteosi delle apoteosi, a “L’ultimo rogo della Morte Rossa” (omaggio al celebre racconto di Edgar Allan Poe), ci sono arrivata annichilita dai precedenti racconti e pervasa da uno stato di fine inellutabile del genere umano.

Ma Altieri concede una speranza con l’ultimo racconto, dopo la catastrofe, facendoti riprendere fiato… Forse una nuova alba di un nuovo mondo.

Ma, leggendo questo libro, ti costringe soprattutto a guardare nell’abisso della bestialità umana che non vogliamo vedere perchè troppo agghiacciante.

Ti costringe a guardare ciò che non vorresti mai guardare, facendoti percepire il lato oscuro che si può celare in ognuno di noi.

“Passai la tessera magnetica Unicodex nel lettore laser. Gli innesti al carbon-boro serrarono. Clack! Chiodi per l’ultimo sepolcro.” [L'ultimo rogo della Morte Rossa]

Omaggio al Commissario Wallander

[Nella foto l'attore svedese Krister Henriksson, interprete del celebre commissario nella omonima serie televisiva svedese]

Ho appena finito di leggere “L’uomo inquieto” l’ultimo libro di Henning Mankell con protagonista il commissario Kurt Wallander.

E, a differenza di alcuni commenti letti su aNobii, è un libro che mi è piaciuto.

E’ la degna conclusione delle avventure di questo poliziotto dai modi bruschi, dal carattere burbero, ma dal grande cuore e dalla grande sensibilità.

Scoperto da mio padre, accanito divoratore di libri (gialli), ho iniziato a leggerne le avventure (in rigido ordine cronologico) appassionandomi sempre più.

La partenza è stata in salita, dovendo sia entrare nella mentalità e nello stile dello scrittore, sia – soprattutto – dovendo prendere confidenza con questa figura anomala di poliziotto e con i suoi pensieri al limite – a volte – dell’autolesionismo.

La descrizione dei luoghi (il silenzio e la “desolazione” della Scania), le riflessioni del protagonista (le decine e decine di domande che si pone su se stesso e sulla vita) e le sue fragilità umane, ne fanno – secondo me – un personaggio sfaccettato ed intelligente, mai “ipertrofico” come i protagonisti dei thriller americani, pervaso anche dalla umanissima paura in caso di pericolo.

I personaggi di contorno quali Nyberg (l’esperto della scientifica dal carattere impossibile), Martisson (il collega sempre sull’orlo della depressione), la figlia Linda ed il suo mentore Rydberg, per citarne solo alcuni, sono anch’essi tratteggiati con particolare profondità.

In questo ultimo libro (“L’uomo inquieto”), Wallander (che si trova coinvolto in una vicenda dai contorni da intrigo internazionale) ha 60 anni e inizia a fare riflessioni profonde sulla vita e sulla vecchiaia, domandandosi dove sta andando e quanto tempo gli resta ancora da vivere, pensando al suo vecchio padre (una figura eccezionale nella sua eccentricità) e alla sua malattia.

Forse, come qualcuno ha evidenziato, questo racconto è anche una sorta di auto-riflessione dello scrittore (quasi coetaneo del suo protagonista) utile però non solo a chi ha una “certa età”, ma estendibile anche a chi è più giovane.

Il ritmo del racconto è analogo alle precedenti avventure: lento, riflessivo, mirato ad evidenziare le dinamiche del comportamento umano e dell’intuito.

Forse questa mia affezione al personaggio è dovuta al fatto che ho riconosciuto in lui alcuni aspetti del mio carattere (quelli più lunatici e scontrosi), vedendo nelle sue qualità (umanità, intuito e perseveranza) aspetti insospettabili e ricchissimi che compensano ampiamente stravaganze caratteriali.

Wallander resta una bella figura della letteratura polizesca, ed è stata una occasione per conoscere anche un aspetto della Svezia per me inaspettato: una Svezia fatta di problematiche sociali, di violenza e di realtà profondamente degradate (ricordiamoci anche la splendida Trilogia Millenium di Stieg Larsson), molto diversa dal mito del Paese perfetto che alcuni di noi (me compresa) hanno coltivato nella propria testa.

Steve Jobs – L’uomo che ha inventato il futuro

“Siate autori della vostra vita, non lasciate che gli altri la scrivano per voi” [Steve Jobs]

Scritto da Jay Elliot (ex-Senior Vice President di Apple), con la collaborazione di William L. Simon, racconta dall’interno la storia della Apple e del suo fondatore Steve Jobs (insieme a Steve Wozniak).

Come ho letto in altre recensioni su Anobii, è effettivamente evidente che l’autore nutre una vera e propria venerazione per Steve, ma resta comunque il fatto che si tratta di un libro interessante: una storia che racconta la determinazione, l’intuito, i successi ed i sonori capitomboli dell’uomo più venerato dei nostri giorni.

L’obiettivo del libro è quello di tracciare e modellare la metodica di Steve Jobs: come affronta le sfide, come motiva i suoi collaboratori, come segue il suo istinto, nel tentativo di estrarre quella che l’autore chiama la “iLeadership” (parafrasando la “i” di iMac, iPhone, iPad e così via).

Sicuramente interessante nell’evidenziare le sue capacità di visualizzazione del prodotto nella sua totalità (compreso l’imballo!) prima che esista (fattibile o non fattibile, ma sempre fattibile alla fine) e nella capacità di trascinare con se la squadra, in progetti al limite della resistenza fisica e psicologica, con il suo stile di “Leadership battistrada“.

Affascinante la sua ossessione per il design ed il minimalismo (ed anche un pizzico di lusso…), passando per l’informalità dell’ambiente di lavoro e le modalità di progettazione (che vanno contro tutti i principi di Project Management: si avanza in parallelo su più fronti, anzichè per fasi successive).

C’è però un “neo”: il tentativo di estrarre uno schema operativo di Steve Jobs fa cadere il libro sul finale.

Va bene trarre ispirazione e spunti da personaggi di questo calibro, ma credo sia assolutamente da evitare una ripetizione che resta una scopiazzatura dell’originale, privo della linfa vitale che fa la differenza.

Quindi leggerlo si, senza però tentare di riprodurre pedissequamente: non si sarà mai uguali all’originale.

Spetta a noi stessi sviluppare il nostro personale stile di leadership.

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