44

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“Quarantaquattro gatti in fila per tre col resto di due…”

E sono 44.
Oggi compio 44 anni
Tantini devo dire…

È vero che l’età anagrafica non conta, bensì conta l’età che ci si sente…
Però sono tantini…

I capelli bianchi aumentano (recentemente mi sono fatta convincere dal parrucchiere a ri-coprirli con i colpi di sole, visto che avevo deciso di non tingerli più…), il fisico non risponde più come una volta e la lotta coi chili di troppo si fa sempre più feroce.
Ma devo riconoscere che sto meglio con me stessa (mi sento meglio adesso rispetto a quando avevo 25 anni).
Pur rincorrendo la stabilità emotiva, ho acquisito – paradossalmente – un po’ di serena consapevolezza.

Sicuramente questo ultimo anno è stato piuttosto movimentato per me: grandi riflessioni e parecchie sperimentazioni sulla mia emotività. Sono stata sorpresa di scoprire alcuni lati del mio carattere che non conoscevo (o che forse non volevo vedere).
E sono ancora alla ricerca di un po’ di pace e tranquillità…

Il numero simmetrico (44) inoltre mi fa pensare anche ad un giro di boa.
Ad un momento che potrebbe essere di cesura tra un “prima” ed un “dopo”.
Anche se questo “dopo” non mi è chiaro e la strada che sto percorrendo non so dove mi sta portando.

Non sono qui a scrivere di buoni propositi.
Sono qui a scrivere a ruota libera pensando ad un numero che mi fa un po’ impressione: 44.
Credo che poi alla fine oggi sarà un giorno come tanti altri, con solo un cambio di numero.
Per il resto tutto proseguirà come prima.
Proseguirò nel mio cammino, senza avere chiara la meta…
Lo so, è sbagliato: uno dovrebbe avere in testa obiettivi ben formati.
Ma io sono stanca di pensare ad obiettivi ben formati e ad annessi e connessi.
Voglio concedermi il lusso di navigare a vista (magari avendo una idea di massima, ma senza ammattire in pianificazioni ossessive dettagliate).
Continuando a sperimentare, cercando di cogliere le opportunità che via-via mi vengono e mi verranno incontro.

Boh…!
Oggi va così…

D’altronde sono 44
Tantini direi…

Nota: la canzoncina “44 gatti” cantata da Barbara Ferigo, ha 44 anni… Che coincidenza! :-)

Essere figlia, avere un padre (2)

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Oggi ho trascorso una bella giornata in compagnia del babbo.

Complice la festività del 25 aprile, ne ho approfittato per accompagnarlo per alcune commissioni.
Ed è stata l’occasione per condividere riflessioni, e scambiarsi punti di vista, su futuro, lavoro e vita a 360′.

È stata anche l’occasione per tranquillizzarlo su sue preoccupazioni relative al mio “nuovo” stile di vita: corsi, “nomadismo”, nuove conoscenze ed esperienze.
Sapevo che mio padre era preoccupato, ma non esprimeva i suoi timori a causa di un carattere non propenso ad esternare sentimenti ed emozioni (che vive).
E lo avevo saputo in un modo non proprio sereno: una telefonata dura con mia madre, degenerata in pochi minuti a causa di equivoci verbali, stanchezza mia e nervosismo a fiumi.

Forse non sono così scontate (almeno per me, visto che ogni tanto me lo dimentico) le lecite preoccupazioni di un genitore (in crescita all’avanzare dell’età), soprattutto se senti e leggi molto di cose negative (da giornali, TV e altri mezzi di comunicazione “convenzionali” e mono-direzionali), e se sei figlia unica.

Era da tempo che non parlavamo senza entrare in rotta di collisione causa scontro generazionale. Ricordo ancora discussioni che degeneravano in litigi mal celati, dove ognuno restava arroccato sulle sue posizioni, piantandosi il muso reciprocamente.
Un evento accaduto nel 2008, cambiò radicalmente il mio punto di vista ed il mio approccio, rendendomi molto più attenta e sensibile all’ascolto di un uomo (mio padre) che non avevo mai realmente visto e compreso.

A me, come figlia, spetta il non sempre facile compito di comprendere e di non innervosirmi davanti a vicende che non vengono capite.

A me, come figlia, spetta far comprendere prodigandomi in spiegazioni (anche dettagliate) per trasferire le informazioni nella maniera più chiara possibile, spazzando via le preoccupazioni (lecite) di un genitore.

Stanchezza e Riflessioni

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No, proprio no.

Dovevo nascere su un altro pianeta (che non esiste)…

Non tollero la competizione
Detesto il marketing e la persuasione strumentale (già scritto un paio di giorni fa sul mio profilo Facebook)…
Detesto essere manipolata a mezzo di “grattini sulla pancia” (e poi ci ricasco sistematicamente)…
Mi arrabbio se la gente non dice “grazie” e crede (forse) che tutto gli sia dovuto.

Attraverso le giornate facendo parlare il mio lavoro (disgustata dal sistema “a marchetta”) e mi ostino ad utilizzare questo metodo.
Condivido informazioni per il gusto di condividere (ed in alcuni casi non sai se finiscono in un buco nero, non sapendo se quelli che stai trasferendo ha un senso per la controparte, o si tratta di “rumore bianco”).
Quando trovo chi cerca di soverchiarmi per far vedere che lui (o lei) è più bravo di me, prima mi arrabbio, poi lo allontano (sfinita) rinunciando a combattere.
Sono questi i momenti nei quali sento forte la “seduzione del gregge”: tornare a mimetizzarmi nella massa, rinunciando e passando il resto della mia vita in uno stato di “quieta rassegnazione”.

Io credo in valori quali la generosità, l’onestà e la serietà (professionale e di vita).
Io non voglio primeggiare, io voglio fare le cose in santa pace, senza pestare i piedi a nessuno.
E purtroppo sono anche schiva.
È per questo che mi sembra di provenire da un altro pianeta.

Posso studiare e cercare di comprendere, ma se certe cose non fanno parte del mio DNA non faranno mai parte del mio Io.
Non riuscirò mai ad integrarle, checché se ne dica.
Posso solo cercare di essere me stessa, rinforzando la struttura di protezione costruita a difesa del mio nucleo vitale, per non venire soverchiata dalla pressione e dagli eventi esterni.

Immagine tratta da Google Image

Bisogna farsi un mazzo così…

Sono stata battuta sul filo del rasoio da un articolo di Claudio Belotti sul suo blog (“Per arrivare alla vetta bisogna far fatica“): anche io avevo (ed ho) intenzione di fare qualche riflessione sulla fatica nel perseguimento dei risultati che ti sei prefissato, o delle promesse che hai fatto e che vuoi (e devi) mantenere.

Proprio sabato sera ne parlavo con mia madre, davanti ad un piatto di salumi, dopo avere visto un bello spettacolo teatrale.

E mi sono resa conto che far passare il concetto che “per ottenere le cose bisogna fare fatica“, bisogna fare altrettanta fatica.

Raccontando dei libri che leggo, dei post che leggo su Facebook di alcuni manager, imprenditori e coach (che ripetono fino allo sfinimento che bisogna scrivere quello che si vuole, che scrivendo si fissano meglio le idee, si riesce a pianificare meglio e si focalizza meglio l’attenzione sull’obiettivo finale), di quello che (mi) viene insegnato durante i corsi che seguo, mi sono sentita controbattere il classico: “Si ma…”

Personalmente sono stanca di sentire sempre contestazioni a qualsiasi tentativo propositivo.

Sono stanca di leggere commenti di persone che, contestando te, non fanno altro che raccontarsi scuse per “non fare”.

Faccio una fatica immensa nel cercare di inculcare nella testa dell’interlocutore di turno (che mi cerca per lamentarsi e stracciarsi le vesti) l’idea, la convinzione, che le cose le ottieni se fai fatica, ti impegni e ti sacrifichi. E che i risultati non arrivano subito: spesso è necessario un lungo lavoro di preparazione, studio, tempo investito e scivoloni annessi lungo il percorso. (Io sono la prima che “da’ fuori di matto” se non vede subito i risultati; infatti il medico/coach che mi sta seguendo – Fausto Madaschi – mi ha detto più di una volta, davanti ai miei segni di nervosismo: “Hai troppa fretta/voglia di vincere!”).

Queste riflessioni me le sono fatte di recente (e me le rifaccio in occasioni di particolari momenti di fatica, di scoraggiamento, di risultati raggiunti, di inizi di nuove avventure).

Circa 10 giorni fa ho completato un percorso iniziato nel 2007: ho fatto l’esame di NLP Coach. La strada è stata lunga e costellata di ripensamenti e virate. Fino a 24 ore prima dell’esame ero indecisa. Però sarebbe stato stupido cadere sull’ultimo metro, dopo tutta la fatica fatta, i soldi spesi, i libri letti e l’utilizzo sul campo degli strumenti acquisiti durante questi anni di formazione.

Non so se farò il coach. Per ora continuo a navigare a vista, sperimentando ed esplorando.

Ora ho iniziato il percorso di formazione con Toastmasters e, iniziando a studiare i loro manuali base, ho realizzato il lungo percorso che mi aspetta davanti sia dal punto di vista della Leadership, sia dal punto di vista del Public Speaking.

Ho già trascorso un po’ di sere mettendo assieme una struttura del mio primo discorso e leggendo la documentazione per rivestire ruoli di valutatore del Public Speaking altrui.

Anziché appallottolarmi sul divano guardando la Tv, ho “sacrificato” il tempo studiando documenti in lingua inglese, guadagnando anche in rimozione di un po’ di ruggine dal mio inglese inutilizzato da troppo tempo.

Anziché appallottolarmi sul divano guardando la Tv, leggo libri che possano arricchirmi sia umanamente, sia professionalmente. Con l’obiettivo di trovare spunti e rinforzi per migliorare il mio stato professionale e di vita.

Sì, forse il beneficio non è immediato.

Forse è più facile guardare i sempre più desolanti programmi alla televisione (sconfortante il panorama dei vari palinsesti). Azzeri l’elettroencefalogramma, ti distrai, ti dimentichi delle grane quotidiane che comunque non si risolveranno da sole. E domani ti alzerai e ricomincerai la tua vita, perfettamente instradata secondo desiderata altrui (o superati), proseguendo nella tua quotidianità, brontolando contro il fato.

È vero, costa fatica cercare di costruire qualcosa di migliore per te.

È vero, nessuno ti regala nulla.

È vero, viviamo in una realtà dove pare che solo chi sia raccomandato abbia la vita facile. E quindi non vale la pena fare fatica… Tanto non ce la farai mai…

Io non sono tanto convinta.

Io ci voglio provare.

Voglio provare per non trovarmi domani con il rimpianto di avere vissuto una vita non adatta alle mie strampalate aspirazioni.

Sono disposta a fare fatica, a sacrificare il mio “tempo libero” nel fare cose che mi appassionano e che – pur costando fatica – costituiscono una gratifica perché “cose mie”.

Sono disposta a dormire qualche ora in meno, a spendere qualche soldo in meno in gratificazioni immediate a favore di gratificazioni a lungo termine (durissima far comprendere che i soldi spesi nei corsi – e in altre iniziative simili – sono soldi ben spesi, rispetto a soldi spesi in scarpe-borse-abiti-accessori, e che paradossalmente spendi molto meno…).

Sono disposta a fare fatica, a scivolare, a cadere e a rialzarmi, aggiustando il tiro.

Potrò dire di averci provato, con impegno.

Anziché ritrovarmi amareggiata fra qualche anno, con un pugno di mosche in mano (conosco troppa gente in questa condizione che costituisce un monito per me).

È vero, bisogna farsi un mazzo così!

È vero, nessuno ti regala nulla.

Ma ne vale la pena…

Almeno provaci!

Immagina tratta dal sito www.basilea-3.com

L’attimo…

Carpe Diem
[Cogli l'attimo]

Orazio, da “Carmina” 1, 11, 8

L’attimo…

Già…

Quella frazione di secondo nella quale (in una sorta di distorsione temporale) tutto rallenta, e si sospende, e tu percepisci… (soprattutto, per me, con la pancia e con la mente, che scansiona ed analizza convulsamente, ponendo decine di domande di verifica e conferma)

Percepisci qualcosa e devi decidere rapidamente cosa fare e cosa rispondere.

E, spesso, se l’impatto emotivo è piuttosto elevato, ti blocchi e sei incapace di prendere decisioni “rischiose” (giudicate tali da stravaganti convinzioni limitanti), scegliendo strade più comode (la famosa e nefasta “area di comfort”).

Giocandoti così una opportunità.

M’è successo? Sì, m’è successo un’altra volta…

Quando mi rendo conto, in genere, mi guardo allo specchio e mi do’ dell’imbecille… (cosa accaduta stamattina)

E mi consolo dicendo: “Vabbè, se è destino ci sarà una seconda occasione…

Magra consolazione, ma dopo lo “shampoo” che mi auto-infliggo ci sta, per risollevare un po’ il morale…

Ovviamente questo non succede quando le decisioni devono essere prese in reali condizioni di emergenza e quando la logica gioca un ruolo fondamentale.

Lì viaggi che è ‘na bellezza!

È quando c’è in gioco la parte emotiva, quella più ricca e sfaccettata, che c’è parecchio attrito…

Tanta paura nel mettersi in gioco e nel rischiare.

Ma così facendo, si perdono delle opportunità.

E se va male??? Al limite ti viene detto di no.

Ci guadagni in chiarezza e non ti resta il dubbio di esserti giocato qualcosa di importante (per te)…

Immagine tratta da Google Image

01-02-2012 Riflessioni sulla perdita di tempo…

Il tempo che si perde nel farsi “riflessioni” su questioni (apparentemente?) indefinite è abnorme.

Lo sto percependo in maniera netta negli ultimi mesi, dove mi accorgo sempre più che quello che effettivamente va fatto, può essere svolto in 1/3 del tempo che si spende normalmente, persi in filosofeggiamenti senza fine.

Se si riuscisse a comprendere questo, avremmo molto più tempo a disposizione per costruire altro.

Invece siamo qui, a discutere di questioni che ci sono state riportate da altri, in loop senza fine.

E per capirsi bisogna fare riunioni su riunioni, volendo così dimostrare che “siamo presenti” e “sul pezzo”, parlandosi addosso.

Per quanto mi riguarda questo è uno dei più grossi dispendi di tempo ed energia, capaci di sfiancarti e distruggerti.

Sintesi. Ci vuole sintesi.

Ma alcune persone la rifiutano, spaventate dal vuoto che si verrebbe a creare se la applicassero.

Anzichè vederla come una opportunità di spazio da riempire con cose nuove, la vedono come vuoto da saturare con parole inutili.

Tutto ciò è veramente molto faticoso e difficile da sostenere.

Mentre il tempo scorre via inesorabile…

Verso il 2012…

“Agenda nuova per il nuovo anno, già qualche impegno inserito. Sul 21 dicembre ho scritto “Fine del mondo”… mi devono confermare solo l’ora…” [Luciano Sartirana, un amico]

Ci siamo.

Siamo arrivati in fondo a questo 2011 denso e percorso da scossoni.

Leggendo i vari articoli di riepilogo dei principali avvenimenti, ci si rende conto che sono accadute parecchie cose. Forse ne sono accadute talmente tante, in un tempo relativamente contratto (365 giorni), che non siamo riusciti a percepirle tutte appieno. Persi ed immersi nelle nostre problematiche quotidiane, alcune enormi, alcune medie, alcune insignificanti.

Se mi fermo un attimo (come sto facendo in questi giorni, cercando anche di tracciare nuove rotte per il 2012 ormai alle porte), e mi volto indietro a guardare cosa è successo, colgo diverse cose non solo personali, ma anche delle persone che mi sono più vicine.

Penso ai miei amici Silvia e Marco, con due figli: una bella famiglia, con i suoi problemi quotidiani, ma sana, di sani principi e valori. Penso a Marco che ha perso il lavoro, e non riesce a stabilizzarsi in una nuova realtà lavorativa; ma non perde la forza e la determinazione di darsi da fare per cercare nuove soluzioni (Silvia lavora in una amministrazione pubblica). Penso alla sua attività di allenamento di una squadra di pallavolo, dove riveste anche il ruolo di educatore, cercando di trasmettere sani principi ai suoi ragazzi. Penso a suo figlio Andrea, adolescente. Un ragazzo che – come dico spesso a Silvia – “si muove su un altro livello”: sveglio, con una mente al di sopra della media dei suoi coetanei, pur rimanendo un ragazzo della sua età. Secondo me farà strada.

Penso ai miei amici Simona e Giulio: è tutto accaduto in fretta. Sposati a maggio, attendono una bimba (Sara) che nascerà a febbraio. Conosco Simona da diversi anni e nell’ultimo anno (anno e mezzo) l’ho vista rivoltare la sua vita come un calzino, passando da una condizione di single convinta, ad una condizione di felicissima donna sposata e futura mamma.

Penso a Stefania e Luca. E penso in particolare a Stefania, che – non facendocela più – ha lasciato un lavoro molto ben remunerato, con ampie possibilità di carriera, per dedicarsi alla famiglia e al marito (con la sua attività autonoma). Mi ricordo ancora che quando mi comunicò che aveva intenzione di dare le dimissioni pensai che stesse per fare la più grande idiozia. Invece rivederla qualche settimana più tardi, da mamma e casalinga, e vederla con i lineamenti del volto distesi e sorridenti mi ha fatto capire molte cose. E ho capito che aveva fatto la scelta giusta.

Penso alla mia amica Ilaria che, nel giro di un anno, ha anche lei ribaltato la sua vita: si è sposata ed ora si avvia a chiudere la sua attività (un negozio di abbigliamento). Una rivoluzione radicale e profonda che l’ha portata a raggiungere due mete che per lei erano veramente molto importanti.

Queste sono solo alcune cose che sono accadute nel corso dell’ultimo anno (anno e mezzo al massimo) nel quotidiano dove vivo. E quelli che qui non ho menzionato non è perchè sono meno importanti per me. Tuttaltro.

Ed io?… Boh!

Dico “Boh!” veramente dal profondo dell’anima.

Apparentemente ho continuato a fare quello che ho sempre fatto. Ma quest’anno sono arrivata in fondo molto più stanca degli altri anni.

Forse, come dice la mia amica Simona, il percorso che ho fatto io ha inciso fortemente sull’aspetto interiore e quindi ha gravato in maniera più incisiva, rispetto ad eventi esterni.

Non lo so. Non so dare una risposta.

So solo che in questi giorni sto riflettendo (e sto scrivendo seriamente su un bloc-notes per la prima volta) su quali obiettivi e quali rotte tracciare. Non è un compito facile e c’è abbastanza confusione. Però mi sono data tempo fino alla Epifania per consolidare alcuni punti. Poi seguirò anche il flusso degli eventi che man-mano mi si presenteranno davanti… Eventi che ad oggi non posso prevedere né controllare, ma potrò affrontare solo quando mi si presenteranno davanti.

Buona fine e buon inizio!

Immagine tratta dal sito http://blog.panorama.it

Una riflessione

“Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo la chiama farfalla.” Lao Tzu

Oggi ho saputo che stanotte se ne è andata una persona. Meno di 50 anni.

Non la conoscevo bene: l’ho vista solo forse un paio di volte e comunque la conoscevo di fama.

Una brutta malattia, di quelle che non perdonano.

E che, nonostante tu abbia tutta la disponibilità finanziaria possibile, se ne infischia di chi sei e di quanto hai.

Questi eventi mi fanno fermare e mi fanno riflettere.

Diciamo che mi fanno pensare ancora una volta che tutti i loop emotivi del mondo, le paturnie, i down, le incazzature, sono cose insignificanti.

Sono ben altre le cose importanti. Tutto il resto sono orpelli ed accessori utili a mettere un po’ di movimento nella quotidianità.

E mi fanno pensare che tutti i loop emotivi del mondo, le paturnie, i down, le incazzature, possono (e devono) essere trasformate in occasioni di crescita e di stimolo per apprezzare che siamo vivi e che stiamo bene. E che dobbiamo avere cura del nostro “essere vivi” e del nostro “stare bene”.

Immagine tratta da “Hub09 – Social Design”

Il senso del Natale

Natale: “Il termine deriva dal latino natalis, che significa “relativo alla nascita”. [Wikipedia]

Fra una settimana esatta è Natale.

E, come ormai mi accade da diversi anni a questa parte, avverto un costante senso di disagio e fastidio.

Fastidio per addobbi eccessivi (quest’anno vedo un po’ più di sobrietà). Fastidio per le vetrine iper-lucenti e lussuose. Disagio per il buonismo colloso e caramelloso.

Queste sensazioni hanno iniziato ad insinuarsi nel periodo natalizio del dicembre 2002. Mi ricordo ancora molto bene il preciso episodio. Ero impegnata (coi miei genitori) a mettere su la mia casetta dove sarei andata a vivere da sola. Ero in un negozio di arredamento in zona Piazza Piemonte a Milano e stavamo aspettando mio padre che stava arrivando da fuori Milano.

Arrivò in ritardo perché – raccontò – l’autostrada Mi-Laghi era bloccata dai lavoratori della Alfa Romeo, che stavano manifestando per la imminente chiusura dello stabilimento: quella gente stava perdendo il lavoro. Quella gente avrebbe passato un gran brutto Natale.

Mi ricordo molto bene il senso di tristezza che provai. E – non so cosa successe di preciso – da allora la mia visione del Natale iniziò a cambiare.

In seguito ci furono diversi episodi che andarono a rinforzare questa sensazione: un signore che – davanti all’opulenza degli addobbi natalizi in vendita alla Rinascente – raccontò a me (e mia madre) che lui non riusciva a sentire il Natale perchè l’anno prima (proprio a Natale) aveva perso sua moglie; lo stridore della ricchezza delle luminarie nel centro di Milano, con i senzatetto che dormono in strada, protetti solo da ripari di fortuna costituiti da cartoni e malconci sacchi a pelo rimediati chissà dove.

Mi ricordo anche quando, un paio di anni fa, guardando il reparto giocattoli della Rinascente, che faceva bella mostra di sè al piano terra dell’ala più recente di via S. Redegonda, il pensiero mi corse ai bimbi che non hanno nulla (e senza andare geograficamente troppo lontano).

Questo disagio – cresciuto sempre più – mi ha generato e mi genera un senso di malinconia che avvolge come una coperta troppo pesante, che pesa sul cuore.

Io detesto questo tipo di natale. Detesto questo voler assolutamente essere felici, a qualsiasi costo.

Per me il Natale non è questo. Non è cenoni pantagruelici. Non è regali inutili. Non è luminarie accecanti. Non è buonismo spinto all’eccesso. Non è superficialità zuccherosa.

Per me il Natale è aiutare il prossimo come meglio si può, sempre (tutti i giorni dell’anno). E’ regalare qualcosa di utile. E’ sobrietà e contenuti. E’ essere buoni dentro, sempre, senza negare i momenti “no”. E’ profondità di sentimenti reali.

Il Natale non si vive un solo giorno. Il Natale dovrebbe essere vissuto tutti i giorni.

So che può sembrare una frase scontata, ma forse è arrivato il momento di rifletterci seriamente, anzichè sbronzarci di inutilità.

Sicuramente ogni tanto fa bene distrarsi: serve per fuggire un momento dalle sempre più grandi difficoltà quotidiane. Ma, secondo me, va recuperato il senso delle cose. Il vero significato delle cose.

Non so, il Natale come lo viviamo noi a me non piace più.

Immagine tratta dal sito www.genitronsviluppo. com

Una mattinata di ordinaria italianità…

Ah! Le Poste…

Questo magnifico Burosauro! (Adoro questo termine inventato da un conoscente e che ben esprime la sintesi tra i pachidermi estinti, i dinosauri, e la burocrazia)

Ogni volta che devo andare in posta (cosa assai rara ormai, visto che cerco di fare tutto-tutto-tutto via internet, via domiciliazioni, …) mi viene il mal di pancia. Nonostante siano state rinnovate ed implementate nel look e nelle modalità gestionali, soffrono ancora di alcuni problemi dovuti al… “fattore umano”.

Ben inteso, non sto facendo di un’erba un fascio. Sto condividendo una delle ultime esperienze in materia…

Dunque, partiamo dall’inizio.

Settimana scorsa (il 6 dicembre) trovo in casella lo scontrino che mi segnala il ricevimento di una Raccomandata da andare a ritirare.

Abitando in provincia di Milano, mi reco il 7 mattina (S.Ambrogio, patrono di Milano… non della provincia) all’ufficio postale per ritirare la busta e (con banche aperte e Comune aperto) lo trovo chiuso… Con un laconico messaggio sulla porta che informa che venerdì 9, l’ufficio sarebbe rimasto aperto solo mezza giornata (!)…

Sorvolo sulle imprecazioni mentali e condivise via Twitter…

Stamattina (lunedì 12) torno in posta per ritirare la Raccomandata che, come presumevo, contiene l’ennesima convocazione della riunione condominiale, con cadeau di insolvenza di un altro inquilino moroso (qui e qui le precedenti puntate).

Ci ho messo 45 minuti.

45 minuti di attesa (con numerino in mano), seduta su una seggiolina, sotto getti di aria rovente proveniente dai diffusori a soffitto, in mezzo a tanta umanità incazzata per l’attesa. 45 minuti per 10 persone.

6 sportelli: 4 aperti per bollettini e affini, 1 per operazioni postali (di cui una svolta in tempi biblici), 1 chiuso.

Ritmo degli addetti (ed in particolare dell’addetta allo sportello “operazioni postali”): pole-pole (in swahili vuol dire più o meno “con calma”).

Arriva il mio turno.

“Buongiorno” dico sorridendo.

“Salve…” risponde svogliatamente la tipa allo sportello senza degnarmi di uno sguardo.

“Devo ritirare una Raccomandata” dico, porgendole scontrino e carta d’identità.

Li prende senza degnarmi di uno sguardo. Prende la raccomandata, stampa la ricevuta per la firma. Mi da il foglio per la firma e mi lancia la busta (voglio sperare che lo abbia fatto a causa della profondità del bancone…).

Firmo il foglio che le restituisco e prendo la busta.

“A posto così?” domando (domanda di routine, per essere certa di non essermi persa qualche procedura).

“Certo…” risponde con tono del tipo “secondo te? non ci arrivi?”.

Saluto. Borbotta qualcosa, senza guardarmi e senza sorridere.

45 minuti di attesa… Addetta svogliata e seccata che non mi ha mai guardato in faccia…

Che dire?… Quando incrocio sulla mia strada certe realtà mi domando se riuciremo mai a fare il salto di qualità.

Mi domando se e quanto tempo ci metteremo a fare questo salto. Quante generazioni dovranno passare prima che le cose cambino veramente? (L’addetta avrà avuto si-e-no la mia età, ossia sulla quarantina… quindi i tempi di cambiamento possono essere lunghissimi…)

Nei giorni buoni mi motivo dicendo che c’è tanta gente che sta facendo del suo meglio per cambiare le cose nel suo piccolo, cercando di influenzare il suo immediato intorno, confidando in un effetto domino.

Nei giorni meno buoni mi dico che non ce la faremo mai. Che certe mentalità sono talmente radicate e che una certa cultura ha talmente preso il sopravvento, che non ce la faremo mai. Che siamo destinati a soccombere; per indolenza, per disincanto, per menefreghismo…

Purtroppo oggi è uno di questi giorni: un giorno meno buono.

Verranno giorni migliori… Speriamo…

Immagine tratta da musica.accordo.it

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