Fermare le bocce

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“Per le attività urge riprendere in mano degli appunti scritti tra dicembre e gennaio. Inoltre si fermano le bocce allo stato attuale e si fotografa la situazione: una fredda elencazione di attività e di motivi ad esse correlati (perchè si fa e se piace o meno farlo).
Si incrociano i dati e si valuta se decurtare qualcosa o meno, nell’ottica della ottimizzazione. Via dalla fase bulimica.
Per quello che si vuole fare, si esamina quello che si sta facendo ora (cercando di individuare il comune denominatore) e si valuta se ha senso oppure no. Si affina o si decurta anche lì.
Stesso discorso applicato ai Social Network e ai contenuti seguiti e condivisi.
E’ arrivato il momento di formare una identità ben precisa, anche se quanto ne risulterà sarà iper-sfaccettato. Ma deve assumere un senso nella sua multiformità.”

Questo è il mio status su Facebook di oggi pomeriggio.

Sì, perché mi rendo conto che sto schizzando impazzita come una pallina in un flipper, spingendo fino all’esasperazione la multidisciplinarietà. E ho la sensazione di muovermi “a random” senza un fine preciso.

È vero che oggi bisogna contaminarsi ed ibridarsi, aprire più porte e sperimentare il più possibile (sperimentando anche le proprie numerose identità); ma credo sia anche necessario cercare un Filo Rosso, un comune denominatore, che leghi i molteplici interessi che si seguono.
Ricercando una qualche forma di equilibrio.

Anche perché ti dicono che oggigiorno devi essere super-esperto di una cosa, ma al contempo devi essere flessibile, interdisciplinare. E questo crea nella mia testa un po’ di confusione interpretativa.
Oltre a darti la sensazione di un continuo effetto sfuocato su un grandangolo (come un obiettivo di una macchina fotografica che continua a mettere a fuoco un oggetto alla volta, in ordine sparso, su un ampio panorama).

Nel prossimo weekend (26-27 maggio) cercherò di fermare le bocce e mettere un po’ di “cose” in fila.
Riprendendo appunti di mesi fa, riguardandoli, esaminandoli, sezionandoli.
Magari cambia qualcosa, magari no (magari scopro che va bene andare avanti così).

Cercherò comunque di rispondere ad un po’ di domande su cosa voglio fare del mio futuro.
Vediamo se riesco a fare un po’ di chiarezza.

Penso che ora sia un buon momento.

Visto che siamo al giro di boa dell’anno (e c’è il tempo per pianificare successivamente in modo da ripartire a settembre con una marcia diversa e/o in più).

Visto che proprio oggi, un conoscente di Facebook ha posto la seguente domanda:
Che cosa è più importante per te nella vita? Elenca le 5 cose che per te sono più importanti. Fai chiarezza.

Coincidenza?

Semplicità – Impegno – Formazione

Ho “intercettato” in rete (su Facebook e da lì sono risalita al sito di Sebastiano Zanolli) questo video.

E ieri pomeriggio ho assistito ad una Master Lecture di Casa Imbastita Campus sul Web, tenuto da Gabriele Granato di Live Net.

Purtroppo sono arrivata in ritardo di mezz’ora ma ho avuto il piacere di apprezzare i contenuti di quello che ho ascoltato.

E stamattina riflettevo su una serie di cose, mettendo insieme sia il video di Confartigianato Imprese sia le persone che ho visto ieri a Casa Imbastita Campus (che stanno seguendo un modulo di formazione sul Marketing e Management, e di cui avevo già avuto il piacere di seguire un’altra Master Lecture sulla Finanza Emotiva).

Sì, va bene, il video potrebbe essere discutibile sotto alcuni punti di vista: fa vedere un imprenditore di un certo livello (SUV, attrezzature e dispositivi evoluti, operai sorridenti…), ma sospendiamo un attimo qualsiasi giudizio e cerchiamo di vedere che messaggio trasmette un video del genere.

Fa vedere un uomo (un imprenditore con una azienda che fabbrica – credo – componenti meccanici) che si impegna per mandare avanti la sua attività nel miglior modo possibile, investendo tempo e denaro in attrezzature moderne, investendo nell’ambiente di lavoro pulito e sicuro (la sicurezza sul lavoro e la normativa associata non perdonano), investendo in formazione, marketing, …

Ieri, ospite alla Master Lecture, ho visto imprenditori di tutte le età, provenienti dagli ambiti di mercato dei più disparati, armati di buona volontà e voglia di crescere. Imprenditori (ma anche qualche dipendente) motivati dalla volontà di imparare nuovi strumenti di marketing, di raccogliere nuove idee per poter affrontare bene il futuro loro e delle loro aziende.

Il tutto con impegno e semplicità.

Senza spettacolarizzazione. Senza americanate.

Ma con serietà, proiettati verso il futuro, con un occhio alla realtà sempre più interconnessa e mondiale verso la quale inesorabilmente andiamo, ed un occhio alla realtà italiana (in termini di società locali, micro-cosmi sociali e bestie burocratiche difficili da domare).

Voglio sperare che ci saranno sempre più imprenditori così. Con la voglia di fare e di investire.

Sono stanca di sentire le sirene che dicono che bisogna andarsene, che l’Italia non vale niente, che qui non c’è futuro.

Passi che sia una persona di una certa età a fare questi ragionamenti, ma quando sento anche persone della mia età (o più giovani) fare questi discorsi, mi viene lo sconforto, pensando che proprio questi individui dovrebbero essere il motore di spinta verso un nuovo futuro.

Sì, d’accordo, nessuno ti regala niente.

Bisogna fare fatica, bisogna rimboccarsi le maniche, bisogna imparare in continuazione. E bisogna fare a cazzotti con una burocrazia sempre più schiacciante.

Però…

Ibridazione e Contaminazione

Ho scelto per questo post una foto dell’opera di Salvador Dalì, “Geopolitico che osserva la nascita di un nuovo uomo” (1943), perchè trovo i quadri di Dalì fortemente visionari, evocativi e pregni di immagini ibride e contaminanti.

E parto da qui per riflettere sul concetto di “ibridazione” e di “contaminazione“.

Su Wikipedia alla voce “Ibrido” si legge di ibridazione biologica, chimere e altre cose che evocano immagini mitologico-orrorifiche ed immagini di orrori di sperimentazione biologica. Mentre alla voce “Contaminazione (letteratura)“, si leggono definizioni più consone all’idea che io ho dei concetti in questione.

Credo che sia molto diffusa una concezione negativa dell’ibridazione e forse è per questo che quando, durante una chiacchierata, alla mia affermazione che io mi sento un ibrido (professionalmente parlando), ho suscitato qualche perplessità.

Ma questo non ha cambiato la mia idea. Anzi, recentemente, è stata rafforzata dal libro di Herminia Ibarra, “Identità al lavoro”, che – per me – ha rappresentato una vera e propria rivoluzione copernicana in termini di approccio al cambiamento, all’interno di una realtà in forte mutazione.

Ed una ulteriore prova, nonché una concretizzazione di questa idea, mi si sta presentando davanti nel corso della prossima settimana: sarà uno dei numerosi (spero!) momenti nei quali testerò l’effettiva valenza del concetto di ibridazione professionale e contaminazione culturale. Infatti mi accingo a partecipare (come uditore neofita) ad un convegno sulle nuove professioni in ambito digitale (Job Matching a Milano, martedì prossimo 6 marzo) e mi accingo a fare un check delle capacità acquisite in ambito Coaching (l’8 marzo) e parteciperò alla presentazione del libro “Create!” di Mirko Pallera (fondatore di Ninja Marketing) previsto sempre per il giorno 8 marzo, alla libreria Fnac di Milano, con l’obiettivo di annusare l’ambiente digitale e di trarne ulteriore ispirazione.

Mi sto rendendo conto che la mia formazione accademica (laurea in Architettura) e la mia professione (lavoro da quasi 15 anni nell’Ingegneria), rappresentano già un primo fenomeno di ibridazione (come mi è stato evidenziato da tanti clienti).

Ora, nell’ultimo anno e mezzo, ho mosso i primi passi nella realtà digitale, immergendomi nel web e facendomi assorbire da questi scenari – per me nuovissimi – e dalle sue potenzialità per me quasi inesplorate.

Se a questo aggiungo il rinnovato interesse per l’Arte (il recupero di quanto studiato al Liceo Artistico) e tutte le forme di Creatività (digitale e non), una effettiva commistione di interessi c’è.

E mi trovo, come tanti (se non tutti), in un momento molto particolare e di transizione della realtà lavorativa: mi rendo conto che è necessario rivedere il concetto di professione svolta fino ad oggi (anche e soprattutto intorno ai 40 anni, la mia età, dove ci si trova a metà del percorso lavorativo).

Nei mesi scorsi mi sono presa del tempo e ho scritto (in una sorta di brainstorming in solitaria) cosa mi piace fare, cosa mi diverte e cosa mi viene facile (senza che accusi fatica fisica e mentale): sono emersi spunti interessanti e ho buttato via cose che non servivano più (in una sorta di feng-shui mentale, come dice la mia amica Sara), rimuovendo un po’ di ruggine stratificata nel tempo e focalizzando.

Ora, continuando la sperimentazione, il grosso del lavoro sta nel collegare cose nuove e cose note in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Perchè la chiave ed il futuro della (mia) professionalità è lì: bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, continuando ad indagare e a sperimentare. Continuando ad essere ricettivi, aprendo la propria mente e funzionando come i migliori radar mai esistiti. Anticipando i tempi e cercando di stare sempre un passo avanti.

Non è facile. Anzi è molto difficile.

Vanno scardinati vecchi processi mentali (cristallizzati nel tempo), vanno coltivati nuovi interessi, vanno fatti esperimenti. Va fatta (tanta) fatica. Ma, per come la vedo io, va fatto se si vuole sopravvivere e – soprattutto – rinascere.

E va buttata a mare la pigrizia e la paura. La paura dell’ignoto. Perchè “l’ignoto è quel luogo dove tutte le idee prendono forma…”.

Riflessioni di lavoro… Sulla vendita dal punto di vista di un tecnico.

Immagine tratta dal sito www.francescofornaro.com

Non è un momento facile. Ed è assolutamente fisiologico essere preoccupati ed arrabbiati. Giusto, giustissimo! Ci può (e ci deve) stare. Io sono molto preoccupata.

Però…

Nei giorni scorsi ho avuto modo di parlare con 3 rappresentanti: 3 persone molto diverse l’una dall’altra. Tre prototipi di atteggiamento verso la quotidianità.

Il primo (45 anni circa) ha commesso un errore strategico notevole (e gli è andata bene perchè il suo interlocutore ero io e non ho fatto un plissé): dopo avere illustrato i prodotti (era la prima volta che ci vedevamo), è partito con una dissertazione a sfondo politico sul Governo, sull’Italia, ecc. ecc., sbilanciandosi un po’ tanto.

Pericoloso, perchè non sai chi hai davanti: non sai come la pensa, non sai che posizione politica ha (se ne ha una) e rischi di giocarti delle carte importanti per un “loop emotivo di pancia” non consono a quello che stai facendo in quel momento (ne so qualcosa…). Inoltre ha gettato una ombra, evidenziando problemi economici della concorrenza (a me non interessa sapere come va la concorrenza, io sono qui per ascoltare cosa hai da dire sulla azienda che tu rappresenti). E, aprendo la presentazione, ha parlato un po’ troppo di se stesso, di quanto l’azienda l’ha fortemente voluto, e lui ha accettato mantenendo la sua indipendenza (alla mia domanda se era un agente plurimandatario – visto che si era presentato come un libero professionista – mi ha risposto negativamente, lasciandomi perplessa… senza un preciso perchè… ma come se ci fosse una “stonatura”).

Per come la vedo io, stai vendendo un prodotto e tu sei il prodotto in quel momento. Non sei nient’altro.

Il secondo (più giovane, credo circa 30 anni): formalmente corretto. Già conosciuto, non ha mai raccontato nessuna storia personale. Ha portato un aggiornamento di cataloghi e software, e si è chiacchierato di lavoro e dell’andamento del mercato, senza che lui abbia espresso alcunchè di opinioni personali, mantenendosi corretto e discreto.

Il terzo (più anziano dei 3, credo sui 55 anni…): una bravissima persona, credo sia molto buono. Prima volta che ci vediamo. Esordio fiacco, con prima domanda che mi viene rivolta (prima di qualsiasi altra domanda, appena seduti in sala riunioni) relativa al fatto se c’è lavoro o meno, formulata con un tono triste. Carburato, ha spiegato ed illustrato i prodotti (peraltro – a mio avviso – molto validi). C’ho messo un po’ ad apprezzarlo. Ma alla fine l’ho fatto.

Penso che fare il venditore/rappresentante sia un mestiere infernale.

Non è nelle mie corde. Sono un tecnico (anche se, alla fin-fine, vendo la mia professionalità).

Quindi le mie considerazioni sono da un punto di vista tecnico e possono lasciare il tempo che trovano.

Ma se posso esprimere un parere, chi ho apprezzato dei tre è stato il secondo: professionale, orientato al prodotto che rappresenta senza essere spinto all’eccesso.

Chi ho apprezzato meno è stato il primo (pur rappresentando un prodotto valido). Anche per il look: mentre gli altri erano in giacca e camicia (o maglione), lui era vestito come se fosse in gita alla domenica. Va bene l’informalità, però non sai dove vai e chi ti troverai davanti. Inoltre rappresenti un colosso del settore e – che ti piaccia o no – devi avere un “filo” di congruenza con quello che tu rappresenti in quel momento, anche nell’immagine. Non dico che uno debba snaturare se stesso e la propria immagine, ma adattarla all’ambiente nel quale ti introduci. E devi – secondo me – intuire (se non riesci ad avere informazioni prima) da chi vai, restando – nel dubbio – il più neutro possibile. [A meno che tu non sia già un leader conosciuto, con un grande ascendente: nel qual caso puoi permetterti qualsiasi cosa.]

Per quanto riguarda il terzo, deve avere avuto una storia personale particolare, da quello che ho velatamente compreso. Profondo conoscitore della materia, bisogna superare lo sguardo triste per poterlo apprezzare appieno. E quando sorride, ha un bel sorriso simpatico.

Tre generazioni diverse.

Tre vissuti diversi.

Tre modi di affrontare la realtà lavorativa diversamente.

Femminilità e Professionalità

La sottoscritta in cantiere

Doverosa premessa: non sono sposata e non ho figli. Quindi non vivo le difficoltà quotidiane delle mamme. Ho amiche in carriera che si destreggiano tra mariti e figli, con fatica. Ascolto i loro racconti, incapace di fornire consigli adeguati ed imparando per interposta persona (le mie amiche) tecniche di gestione della famiglia degne (se non superiori) delle tecniche di management più avanzate.

Tutto questo per prendere alla larga una riflessione che potrebbe disturbare qualcuno, ma che non vuole offendere nessuno.

Sto parlando di femminilità e professionalità. Sto parlando del binomio donna-lavoro, in modo forse un po’ disorganico ed in forma di libera associazione di idee e riflessioni.

Riflessioni che emergono quando leggo post di protesta femminile, articoli che focalizzano solo su ciò che non va nel mondo del lavoro in merito all’universo femminile, alcuni dei quali mi fanno (purtroppo) innervosire.

Mi è capitato anche di essere aggredita verbalmente, in un commento su Facebook, da una donna (insegnante e mamma, mi sembra di ricordare), in merito ad una riflessione di un comune amico. La mancanza di sensibilità della quale sono stata accusata in merito al ruolo di insegnante e mamma (avevo raccontato di una insegnante di Storia dell’Arte ai tempi del Liceo, che non ho mai visto in 4 anni perché sempre in maternità… avrà fatto 3 figli in sequenza…) non voleva essere un atto di accusa ad ampio raggio, bensì voleva ricordare un episodio della mia adolescenza (e l’argomento di discussione era relativo al comportamento non proprio corretto di alcune persone, sul luogo di lavoro, che danno adito a polemiche ad ampio spettro e alla generazione di luoghi comuni e comportamenti altrettanto scorretti).

Detto ciò, quando leggo lamenti e stracciamenti di vesti in merito al ruolo della donna nel mondo del lavoro (con pericolose generalizzazioni) mi faccio qualche riflessione, partendo da una mia convinzione piuttosto scomoda: più parli di una cosa, più forza le dai.

Ergo: più si ragiona intorno al ruolo della donna, evidenziando i lati negativi, maggiore rilevanza e focalizzazione vengono orientati verso ciò che non va. Dimenticando tutto ciò che invece va.

E penso al lavoro che svolgo quotidianamente.

Faccio un mestiere dove vi è una forte componente maschile: mi destreggio (a volte a fatica) tra geometri ed ingegneri, frequento cantieri (dove le donne si contano sulle dita di una mano) e altri ambienti affini ed – ogni tanto – mi occupo di sicurezza cantieri. Mi sono trovata in riunioni di 30 persone dove 28 erano uomini.

E quando un architetto donna (che si occupa di disegno dei tessuti) ha detto una volta (tanti anni fa): “Io non capisco perché una non possa andare in cantiere con la gonna!”, ho avuto una illuminazione e ho capito molte cose che per me si riassumono in una semplice frase: ogni ruolo esige determinati compiti, determinate divise e determinati ruoli.

Se non ti va bene, puoi andare a fare altro. Semplice. E scomodo.

Quando vado in cantiere indosso abiti di un certo tipo, scarpe antifortunistiche, eventuale elmetto (se necessario).

Se parlo con un capocantiere che ha alle spalle 40 anni di lavoro, ascolto ciò che ha da dire con umiltà e con l’atteggiamento mentale che una persona del genere ha molto da insegnarmi (ricordo ancora quando un carpentiere, davanti ai miei disegni delle armature pieni di ingenuità, mi ha dato consigli preziosi).

Se vado ad una riunione di manager, Amministratori Delegati e Direttori Generali, indosso abiti consoni.

Se vado ad una riunione di coordinamento di progetto, mi comporto in modo ancora diverso.

Mi dispiace, ma – ribadisco – certi ruoli richiedono certi codici comportamentali. E questo è valido sia per le donne, sia per gli uomini.

Io ho sempre rispettato le regole e non ho avuto mai difficoltà.

Se non ho nulla da dire, sto zitta, ascolto ed imparo.

Se sono davanti a gente che ne sa più di me, ascolto ed imparo.

Se ho qualcosa da dire, cerco di presentarmi il più preparata possibile, usando un linguaggio il più consono possibile. Non perchè donna, ma perchè la controparte si aspetta alcune cose da me, ed io – in quanto professionista – non voglio deludere le aspettative.

E non pretendo nulla “a gratis” (non l’ho mai pensato).

Forse la mia è stata solo fortuna (ma ricordo ancora molto bene la fatica di fare alcuni esami all’Università, che mi sono costati notti insonni e stati di esaurimento nervoso), ma non ho mai trovato sulla mia strada professionale persone (uomini) che mi hanno preso in giro. Certo, ho trovato gente che mi ha fatto gli sgambetti (donne), che ha tentato di gettarmi fango addosso (uomini e donne), ma nulla al di fuori dell’ordinaria battaglia quotidiana negli ambienti di lavoro.

Non ho mai fatto pesare la mia femminilità ed il fatto di essere donna per ottenere qualcosa.

Mi pongo sempre come un individuo che deve fare un lavoro (quando c’è stato da fare il rilievo di fognature non mi sono tirata indietro, quando c’è stato da visitare un impianto di compostaggio non mi sono tirata indietro).

Sicuramente faccio parte di un universo un po’ strambo, ma forse da questo mio universo strambo può essere prelevato qualcosa di utile a riconfigurare il rapporto donna-lavoro.

Leadership e Management

Oggi ho assistito ad una riunione ad alti livelli, a chiusura di un progetto importante.

Ho ascoltato quello che il Direttore Generale e la sua squadra dicevano, e ho avvertito un senso di inadeguatezza misto a sconforto.

Sarà stata la stanchezza da “volata finale”, saranno state le poche ore di sonno della notte precedente, saranno i dubbi e le riflessioni che continuo a farmi da un mese a questa parte, … fatto sta che – ascoltando – mi sono detta: “Io non ci riuscirò mai! Io non riuscirò mai ad essere come loro!”.

Ossia: “Non crescerò mai professionalmente, non ho le qualità e le capacità per arrivare a ricoprire ruoli via-via sempre più importanti…” e via così, in un crescendo di riflessioni non proprio funzionali.

Non è la prima volta e non sarà – temo – neanche l’ultima.

Andando a casa ho iniziato a riflettere…

Un mese fa, precisamente il 29 settembre, partivo per Livorno per quattro giorni di training. Quattro giorni che mi hanno rovesciato come un calzino.

La prima giornata è stata quella che mi ha evidenziato un concetto importante, che oggi è riemerso sulla strada verso casa.

Essere leader ma comportarsi da manager.

Essere creativi ma operare secondo schemi fortemente codificati.

Praticamente un processo di limitazione delle proprie capacità e della propria natura.

Essere manager mi è un concetto abbastanza chiaro: gestire processi, pianificare, controllare, “schedulare”… Costruire e muoversi secondo griglie ben prestabilite.

Essere leader…per me è un concetto più difficile da definire e – soprattutto – da afferrare.

La domanda che alcuni di quelli che si occupano di Leadership si pongono è: leader si nasce o si diventa? Forse leader si nasce: non si può imparare ad ispirare persone, non si può imparare ad essere creativi, non si può imparare a navigare nel caos, veleggiando agevolmente… Forse puoi implementare queste capacità, ma qualcosa deve già esserci nel DNA.

Il manager non è un tuttologo, ma si muove bene nella programmazione.

Il leader cosa sa fare? Può un leader essere indefinito nelle sue capacità pratiche, esercitando comunque un ascendente su chi gli sta vicino, motivando, ispirando e trascinando persone?

Un creativo può essere indefinito nelle sue capacità, può avere una professionalità “ibrida” (termine che fa venire l’orticaria ad alcune persone che conosco)? E può comunque influenzare la realtà che lo circonda semplicemente essendo se stesso?

Sono concetti che faccio molta fatica a comprendere e focalizzare. Forse perché cerco di razionalizzare e “logicizzare” qualcosa che – per sua natura – non può essere razionalizzato e sottoposto a valutazione logica.

Forse tanti anni nel mondo della ingegneria hanno plasmato il mio modo di ragionare in una precisa direzione.

Forse è per questo che dopo una giornata come quella di oggi, torno a casa con ricordi di un mese fa e un vago senso di impotenza nel non riuscire ad afferrare a fondo dei concetti.

Forse perché cerco di comprendere qualcosa con degli strumenti inadatti.

Come se volessi cercare di risolvere un problema con lo stesso metodo con il quale è stato creato (parafrasando Einstein).

Per comprendere un concetto così lontano dal management, come è la leadership, devo pensare in modo creativo, devo cambiare modo di pensare.

O forse devo semplicemente fidarmi del mio istinto e del mio intuito. Ossia ciò che è più lontano possibile dalla logica e dalla razionalità.

Sono pensieri che si rincorrono ed emergono a ruota libera, in ordine assolutamente sparso… e che non mi lasceranno tanto facilmente…

Pensieri e riflessioni che scaturiscono osservando ciò che mi circonda, ciò che vivo e sperimento, frequentando ambienti fortemente organizzati e vivendo in una società sempre più fluida, che richiede sempre maggiore competenza ma anche sempre maggiore flessibilità.

E competenza e flessibilità sono altri due concetti per me diametralmente opposti, che non riesco a legare tra loro con un filo rosso…

Sale Operatorie e ambienti sterili

[Immagine tratta dal sito Stryker Italia (www.italia.stryker.com)]

Nota: si precisa che l’immagine utilizzata è a puro scopo illustrativo e che nessun riferimento alla Stryker Italia è contenuto in questo post.

Una persona di mia conoscenza è in ospedale da marzo per un intervento di protesi all’anca che ha subito complicazioni: ha contratto il batterio dello Stafilococco, che ha attaccato la ferita (comportando difficoltà di cicatrizzazione).

Attualmente ha una “macchinetta” portatile attaccata alla ferita che la aiuta a spurgarsi e le vengono somministrati antibiotici per combattere l’infezione (più ricostituenti per contrastare l’effetto debilitante degli antibiotici, e antidepressivi che l’aiutano a rimanere “in carreggiata”, visto che sono ormai 5 mesi che si trova in ospedale).

Probabilmente il batterio è entrato durante uno degli interventi subiti dalla persona e questo episodio mi ha fatto tornare in mente una frase che mi fu detta durante una riunione tecnica, nel corso della progettazione di una importante struttura sanitaria: “La sala operatoria non è un ambiente sterile”.

La frase mi lasciò letteralmente allibita e mi fece fare bruttissimi pensieri sul livello di igiene mantenuto (l’associazione mentale fu immediata e non ebbi tempo di farmi contro-riflessioni, se non dopo diversi giorni).

In particolare, l’affermazione nefasta venne fuori a seguito della nostra insistenza nella installazione di interfoni per sale operatorie, con caratteristiche adeguate (pellicola di protezione, resistenza agli agenti disinfettanti chimici, assenza di interstizi che avrebbero reso difficile una profonda pulizia delle superfici).

In quel caso penso che la frase fu pronunciata per sostenere la richiesta di avere determinati tipi di interfoni, in grado di comunicare non solo con la guardia infermieri esterna alle sale, ma anche con il “resto del mondo” della struttura sanitaria (grazie all’utilizzo di un importante sistema operativo di gestione e comunicazione).

Fu una battaglia ardua, condotta a colpi di mail, numeri di norme ed estenuanti discussioni. Ma alla fine vincemmo noi progettisti (anche perchè i richiedenti non volevano assumersi la responsabità di autorizzare l’acquisto di interfoni con le caratteristiche da loro desiderate).

La cosa che mi sconvolse, di tutta la vicenda, fu la presa di coscienza di trovarmi davanti degli interlocutori che – in teoria – avrebbero dovuto essere i massimi referenti in tema di normativa sanitaria. Invece ci trovammo davanti persone che non solo ci chiesero il numero delle norme in materia (perchè a loro sconosciute [!], e non erano le prime sale operatorie che edificavano…), ma avevano anche altre priorità legate maggiormente alla “ipertrofia tecnologica” piuttosto che alla salvaguardia della salubrità dell’ambiente (che si ottiene non solo con numerosi ricambi d’aria all’ora, ma anche con la scelta di superfici e “accessori” adeguati).

Voglio sperare (e voglio credere) che l’affermazione “Le sale operatorie non sono ambienti sterili” volesse dire altro: il paziente – una volta aperto – è fonte di germi, virus e altro e quindi l’atmosfera non è più sterile. Ma lo stesso paziente si trova anche in condizione di forte debilitazione.

La sua protezione (e la protezione del personale della sala operatoria) deve quindi essere garantita non solo con il “lavaggio” costante dell’aria, ma anche con l’installazione di adeguati interfoni, lampade, prese, interruttori e pannelli di comando con elevato Indice di Protezione e realizzati con materiali e forme facilmente pulibili e sterilizzabili.

Priorità e organizzazione

Ho ascoltato di recente uno degli audiolibri di Claudio Belotti, “Impara a gestire meglio il tuo tempo per essere più felice“, e ho trovato strumenti utili e spunti di riflessione su quanto vedo accadere nell’ambiente lavorativo.

Infatti sembra che stabilire un elenco delle priorità (una sorta di “to do list”) sia la cosa più difficile dell’universo.

Comprendo che possa essere un compito che, una volta stabilito, incontri delle difficoltà nell’essere eseguito (a causa di urgenze che arrivano improvvise e che passano davanti all’elenco delle precedenze come una sorta di “Codice Rosso” da Pronto Soccorso), ma vedere che lavori che hanno una effettiva urgenza di chiusura ed evasione, vengano sistematicamente rimandati e finiscano in fondo alla lista, mi lascia ogni volta sconcertata.

Analizzando dall’esterno alcune situazioni che mi trovo a sperimentare, ho l’impressione che possano essere tre i motivi sostanziali di tale mancanza:

  1. incapacità gestionale/mancanza di focus;
  2. disinteresse per l’argomento;
  3. paura.

L’incapacità gestionale è l’incapacità organizzativa: non si è in grado di stabilire priorità. La mancanza di focus è strettamente connessa: se non si ha chiaro in testa quali sono le cose più importanti da fare (una priorità di obiettivi di importanza via-via decrescente), non si è focalizzati su quali sono le cose che devono essere fatte prima (compiti che una volta fatti sgombrerebbero il campo e offrirebbero un ulteriore spazio di manovra/operativo e di tempi per potere svolgere i compiti successivi).

L’ordine delle priorità non è soggetto a leggi universali incontrovertibili: può essere stabilito un ordine sulla base di tempistiche di consegna, di impegno di energie, di importanza, di antipatia (personalmente cerco di fare prima le cose più rognose, in modo da togliere di mezzo gli ostacoli più difficili, e lasciare poi il campo ad impegni più piacevoli e divertenti). Possono essere tanti i metodi di classificazione e vanno fatti, altrimenti si viene travolti dalla corrente e si lavora in modo discontinuo, estremamente frammentato ed estremamente stancante.

Una seconda possibilità di disorganizzazione è il disinteresse: quel determinato compito (o compiti) non incontra il proprio interesse, quindi lo si rimanda all’infinito. Nel qual caso forse conviene valutare seriamente se, la prossima volta, conviene farsi carico di quella incombenza di cui non si è interessati. Se la risposta è affermativa (per svariati motivi), va fatto uno sforzo per inserirla nell’elenco, magari come compito “rognoso” e quindi da evadere in primissima battuta.

La paura è forse un elemento scarsamente considerato ma molto presente (a livello profondo): la paura di dire di no.

Soddisfare le richieste che arrivano in tempo reale diventa prioritario, desiderando far vedere alla controparte la propria rapidità di risposta (volendo trasmettere un messaggio di efficienza) e la propria disponibilità.

Purtroppo questo comporta, oltre alla discontinuità e frammentazione, anche un peggiornamento della qualità lavorativa in termini di tempo impiegato, a scapito della qualità della vita.

Avendo sperimentato personalmente quanto sia caotico e sfiancante lavorare seguendo le esigenze altrui ed il proprio lato emotivo, ho iniziato ad applicare gli ordini di priorità, ignorando l’ansia che mi prendeva del “volere risolvere tutto e subito, accontentando tutti” (il solito indice referenziale esterno, su cui sto lavorando) e stabilendo delle precise gerarchie.

Questo non vuol dire che se si presenta una emergenza non viene considerata perchè deve essere seguito l’ordine draconiano stabilito in precedenza; deve essere valutata nella sua giusta misura (in tempi possibilmente brevi) ed – eventualmente – affrontata.

Dire di no non è una tragedia. Magari la controparte non ci fa caso e/o paradossalmente apprezza il tuo operato (consiglio un libro molto bello di William Ury, “Il No positivo“, edito da Tea Pratica).

Mi rendo perfettamente conto che per chi ha sempre lavorato seguendo la corrente, o le sue pulsioni emotive, cambiare strategia non è facile.

Ma è un salto di qualità che va fatto: si guadagna in qualità lavorativa, in qualità del lavoro prodotto ed in qualità di vita.

Magari, come dice Claudio Belotti (giustamente secondo me), si lavora in maniera più efficace, trovando anche più tempo da dedicare a se stessi.

Provare non costa nulla. All’inizio si fa un po’ di fatica (come per tutte le nuove abitudini che si devono acquisire), ma i vantaggi sulla lunga scadenza ripagano della fatica iniziale.

Una storia di rapporti professionali

Oggi racconto una storia.

Una storia che illustra di come determinate azioni possono innescare dinamiche sociali dis-funzionali all’interno dell’ambiente di lavoro.

Tempo fa, in una società di piccole dimensioni, si visse una rottura di un rapporto professionale tra lo studio ed un suo componente. La rottura avvenne in modo abbastanza improvviso e, a suo modo, “traumatico”.

Questa persona, dopo un mese di assenza dovuta a 15 giorni di influenza (prima) e 15 giorni di viaggio (dopo), al suo rientro, non trovando una atmosfera propriamente distesa (consegna di una commessa in corso), lasciò improvvisamente l’ufficio indispettito il giorno stesso del suo rientro.

Basiti, i restanti componenti dello studio proseguirono il loro lavoro, consegnandolo in tempo.

Successivamente ricontattata, la persona rientrò per finire quanto aveva ancora in sospeso, concordando la conclusione del rapporto a fine luglio (con un compenso aggiuntivo per il mese di agosto).

Il disagio delle figure coinvolte era evidente da tempo, e gli interessi via-via divergevano, quindi era prevedibile che si sarebbero prese strade diverse; era solo una questione di tempo.

Quello che invece creò disagio, fu l’improvviso abbandono, soprattutto (dal punto di vista di chi si trovava in ufficio) preceduto da un mese di assenza dovuto a influenza e al viaggio (ampiamente annunciato). Quello che rese ulteriormente perplessi alcuni componenti della società fu il silenzio durante i 15 giorni di malattia, senza ricevere alcuna comunicazione da parte della persona (salvo telefonate da parte dello studio stesso per conoscere il suo stato di salute, ed eventualmente la data del suo rientro, prima del suo viaggio). Dalla controparte non vi fu alcuna iniziativa autonoma di informare lo studio della difficoltà a presentarsi in ufficio.

A fine luglio la collaborazione terminò ed ognuno andò per la sua strada.

A Natale, l’ex collega fu invitato per il pranzo aziendale e vi fu l’occasione di passare un paio d’ore piacevoli in compagnia dei suoi vecchi colleghi di lavoro.

Negli ultimi tempi la società ha ri-cercato la persona a supporto della redazione di linee guida per un importante progetto.

Contemporaneamente, lo studio ha proposto alla persona di partecipare ad un gruppo di lavoro esterno alla società: un socio di uno studio associato con cui l’azienda collabora da tempo, vuole creare una società di certificazione e prova di impianti. L’ex-collega accetta di buon grado.

Per fare questo si è reso necessario seguire un corso di formazione (totalmente pagato) che la persona segue.

Per chi si trova all’interno dell’azienda, la visione della situazione è abbastanza disarmante.

Alcuni componenti hanno investito, ed investono, molte risorse finanziarie proprie in formazione. Si tratta di scelte assolutamente personali, prive della volontà di rivalsa/reclamo verso chichessia, che hanno contribuito in parte ad ampliare il mercato dell’azienda ed in parte ad offrire opportunità di ampliamento (non sfruttate dall’azienda).

Questi individui hanno anche investito energie personali nel perseguimento degli obiettivi aziendali, coprendo anche con mezzi propri le necessità logistiche (spostamento e comunicazione, per esempio).

Vedere che un ex-collega, che interrompe improvvisamente il rapporto con la società (in modo non proprio etico), viene coinvolto (quindi “favorito” in un certo modo) in un nuovo progetto, esterno alla società ma comunque gli viene fornita una opportunità, lascia basiti i componenti dell’azienda.

Il meccanismo che si instaura nella testa di chi assiste a queste dinamiche è quello che viene premiato chi adotta comportamenti non propriamente corretti e non allineati con le visioni/obiettivi aziendali (siamo tutti soci, siamo tutti una grande squadra, collaboriamo tutti per far funzionare questa società, ecc. ecc.).

Si innesca di conseguenza una dinamica di perdita di fiducia e di motivazione. I componenti dell’azienda tendono a non credere più a quanto viene detto in termini di vision e politiche aziendali. Si innesca un meccanismo di disistima il cui recupero comporta un notevole dispendio di energia e di deposito nel Conto Corrente Emozionale (per dirla alla Stephen Covey).

Episodi di questo tipo sono profondamente disfunzionali per la realtà aziendale e per la fiducia che i suoi componenti ripongono nella cabina di regia dell’azienda, evidenziando incongruenze di fondo profondamente radicate.

Basterebbe essere congruenti tra ciò che si dichiara e le azioni che si svolgono, per saldare profondamente i rapporti tra chi comanda e chi esegue, e rinforzare la propria leadership di comando.

Ma probabilmente ci sono altre variabili in gioco non immediatamente comprensibili, e molto più radicate di quanto si creda.

Seriosità, serietà e ironia

Mi capita spesso di assistere e partecipare a riunioni di team di progettazione e riunioni di cantiere, e quello che ogni volta mi meraviglia è l’ostentazione di atteggiamenti “seriosi” con l’obiettivo di proiettare una immagine di “serietà” professionale verso gli altri partecipanti. Magari cercando anche di dare una dimostrazione “muscolare” di potere.

Perchè si deve fare così? Perchè bisogna far vedere la propria importanza attraverso comportamenti di questo tipo?

Ho anche notato che spesso quelle persone che adottano questi comportamenti sono quelli dalla professionalità più scarsa: spesso nascondono delle incompetenze spaventose (ho la personalissima convinzione che questi personaggi sono quelli che hanno meno da dire, tecnicamente e umanamente parlando).

E sono i soggetti caratterialmente più deboli: in momenti di profondo imbestialimento (dopo che sei stato provocato o sei indispettito dall’atteggiamento) vorresti attaccarli, ma il risultato sarebbe una pericolosa rissa verbale con conseguenze non sempre calcolabili e funzionali all’obiettivo finale.

Creare ambienti “seriosi” (severi e anche vagamente aggressivi) secondo me non porta da nessuna parte. Possono far ottenere dei risultati nell’immediato, ma – alla lunga – creano più problemi di quanto riescano a risolverne (clima da “mal di pancia” prima di ogni riunione, demotivazione, fuga/allontanamento di elementi validi, e via così…).

E’ che dire della noia che alcuni di questi soggetti trasmettono? Avere una palla al piede è sicuramente più confortevole e divertente.

E ho notato anche che c’è una curiosa commistione tra soggetti dall’atteggiameno simile e l’ostentazione di status symbol.

Seriosità non è sinonimo di serietà (professionale e comportamentale).

Senza scendere nel dettaglio dell’esame dei vari personaggi, ho notato – al contrario – che dove le riunioni sono più rilassate i risultati sono maggiori: maggiore produttività, decisioni prese in tempi brevi trovando “compromessi” accettabili per tutti, discussioni ove tutti (anche i più restii a parlare) si sentono liberi di esprimere le proprie idee, …

E ho avuto la fortuna di incontrare persone rilassate (letterlamente “easy”), semplici, sorridenti, che con la massima tranquillità dimostravano (con il loro atteggiamento e gli argomenti messi sul tavolo) una competenza professionale straordinaria. Alcuni di questi individui, quando sono presenti alle riunioni, hanno la capacità di influire positivamente sul clima, rendendolo più produttivo.

Mi ricordo quando nel “lontano” 2007 frequentai un corso con Owen Fitzpatrick sul Carisma e la PNL (Programmazione Neuro Linguistica): uno degli step che dovevamo superare era il “renderci ridicoli” con l’obiettivo di aumentare l’autostima e diminuire il timore del rifiuto.

Tutto il corso era incentrato su una costante ironia.

Io mi domandavo: “Ma io ho pagato per fare questo?” (Sentendomi stupida)

Bene, questa modalità operativa ha portato due vantaggi: l’aumentare il livello di apprendimento (più rilassati, e col sorriso, si impara di più e più velocemente) e l’auto-installazione della ironia che mi accompagna da allora (questo non vuol dire che non mi arrabbio più).

Non dico che uno debba gestire le riunioni come se fossero spettacoli circensi, ma una sana risata, una battuta per stemperare la tensione ed un sorriso possono fare molto.

Si ragiona meglio (secondo me la risata è ossigeno puro) e si ottengono migliori risultati.

Si lavora meglio, ne sono convinta.

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