L’ultima recita di Salomè all’Elfo

Ieri sera sono andata a vedere lo spettacolo in scena al Teatro Elfo Puccini, per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Forgia, “L’ultima recita di Salomè”.

Non voglio fare un riepilogo dell’allestimento dell’opera, ampiamento illustrato nella pagina dedicata sul sito del teatro. Quello che qui mi prefiggo è trasferire una riflessione personale sull’opera portata in scena.

Rilettura/adattamento della Salomè di Oscar Wilde, ho letto lo spettacolo come un viaggio nella mente del celeberrimo scrittore inglese, ormai sofferente e duramente provato dalla prigionia (a seguito della condanna per omosessualità).

Un sogno kitsch, circense, popolato dai personaggi della vicenda di Salomè che si fondono pericolosamente con le riflessioni deliranti di una mente stanca, negli ultimi anni della sua vita.

Una Salomè uomo che mi ha immediatamente fatto pensare alla sofferta passione omosessuale di Wilde, vissuto in una epoca che non concepiva comportamenti che non fossero “moralmente” corretti e rispondenti perfettamente ai canoni dettati dalla buona società.

Un circo popolato da personaggi molto vicini ad un Rocky Horror Picture Show, ancheggianti discinti ed evanescenti (un bravissimo ed intenso Alejandro Bruni Ocaña nel ruolo di una sensualissima Salomè che io stessa facevo fatica a vedere uomo), o coloratissimi ed arroccati su tacchi impossibili (un bravissimo ed eccessivo Enzo Curcurù in molteplici ruoli).

All’interno di questo universo bislacco ed eccessivo si muove il “solito” gigantesco ed intenso Ferdinando Bruni (nel ruolo di Wilde, Ikanaan e Erode), che porta in scena tutta la sofferenza di un uomo che non potè vivere pienamente se stesso se non a scapito della sua salute e della sua sanità mentale.

L’allestimento nella sala Fassbinder (che ricorda il caro vecchio teatro Elfo di via Ciro Menotti), ricorda un circo strampalato e stracciato: teli appesi come scenografia, un lenzuolo a far da sipario su cui vengono occasionalmente proiettate immagini in stile Super8, lustrini, piume… come un varietà di periferia.

Gli interpreti, tutti maschili, mi hanno anche rimandato al teatro dell’epoca di Shakespeare, ove recitavano solo uomini.

Tutte queste variabili, incrociandosi, creano – secondo me – una suggestione teatrale molteplice: cosa si voleva ottenere da questa messa in scena? Recuperare una antica forma teatrale? O rappresentare l’omosessualità di Wilde attraverso una raffigurazione esclusivamente maschile dell’universo umano (come se vedessimo il mondo attraverso i suoi occhi)? O tutte due, in una curiosa commistione?

Sono anni che seguo Teatridithalia nei loro allestimenti teatrali (il primo approccio col teatro di Elio De Capitani fu “Risveglio di Primavera“… un numero imprecisato di ore che – essendo la prima esperienza – mi devastò… ma fu l’inizio di una nuova era nel mio rapporto col teatro; Ferdinando Bruni invece lo vidi per la prima volta nel Caligola di Camus e fu letteralmente un colpo di fulmine… fui affascinata dalla intepretazione perversa e malata di un personaggio contrastante della storia).

Ogni volta ho apprezzato i testi e gli allestimenti sempre fuori dal comune, capaci di coinvolgere emotivamente grazie anche a sollecitazioni visive ed uditive, supportate da allestimenti teatrali innovativi.

… ricordo “Sogno di una notte di mezza estate”, “Caligola”, “Libri da ardere”, “Otello”, “Risveglio di primavera”, “Edoardo II”, “I gemelli veneziani”, “Il Giardino dei ciliegi”,…

La compagnia degli uomini di Edward Bond

Scrivo della violenza con la stessa naturalezza con la quale Jane Austen scriveva del costume [Edward Bond]

“La compagnia degli uomini” (di Edward Bond), in scena al Piccolo Teatro Grassi fino al 26 febbraio per la regia di Luca Ronconi, ha rappresentato per me un interessante confronto tra due tipologie di leadership (entrambe malate, da un punto di vista morale): una di vecchio stampo (Oldfield, interpretato da Gianrico Tedeschi, mercante d’armi [ecco la a-moralità], che giustifica il suo ruolo e la sua identità grazie all’importanza che dà ai suoi nemici) con profonde tracce di correttezza comportamentale e lealtà, ed una più moderna (Hammond interpretato da un inquietante Carlo Valli) fredda, spietata e con una sua logica agghiacciante e praticamente “perfetta” (nel monologo, parla di creare una perfetta sequenzialità di soddisfacimento dei bisogni della gente: “…nutrirli, vestirli e vendergli armi…”).

Una morale, quella di Hammond, (“morale” nel senso più ampio del termine, sospeso da qualsiasi giudizio personale) che non esita a sfruttare la bramosia di potere del figlio (adottivo) di Oldfield (interpretato da Marco Foschi), per condurre la scalata all’acquisizione dell’industria bellica del padre. Una operazione che avrà come conseguenza una tragedia “moralmente riparatrice”, ma non in grado di arrestare il processo di acquisizione della ditta.

Un universo di soggetti “malati” (ognuno a modo suo) dove la lealtà soccombe sotto interessi economici, dove non si esita a sfruttare le debolezze altrui per trarne vantaggio, dove si piantano coltelli nella schiena senza remore, dove non esiste nulla se non il profitto ed il dio-denaro.

In questa realtà si muove un vecchio industriale (Oldfield) che lotta strenuamente per resistere agli assalti per l’acquisizione della sua azienda, difendendo il suo impero con una sua etica comportamentale, distrutto in un batter-di-ciglia dall’ambizione immatura del figlio adottivo che viene accalappiato da Hammond (attraverso Dodds, un viscido e convincente Riccardo Bini, con la sua aria bon-ton e la sua pettinatura perfetta).

La scenografia spoglia (caratterizzata da pochi elementi, quali ad esempio l’interessante lampadario, segno caratterizzante dell’industria di Oldfiled) sottolinea la desolazione e l’assenza di morale del mondo nel quale si muovono i protagonisti della vicenda.

I personaggi di contorno (gli eccellenti Giovanni Crippa, che interpreta Wilbraham, un industriale ubriacone e giocatore incallito, sull’orlo della bancarotta; e Paolo Pierobon, nel ruolo del servo Bartley, mezzo delinquente e completamente pazzo) sottolineano ulteriormente il vuoto di valori nei quali si muovono i protagonisti della vicenda.

Purtroppo nulla di nuovo rispetto ai giorni odierni, ma monito di denuncia per i tempi nei quali è stato scritto (fine anni ’80).

Il Misantropo (Moliere) – Teatro Strehler

Ho avuto il piacere di assistere alla prima de “Il misantropo” al Teatro Strehler di Milano, per la regia di Massimo Castri, con Massimo Popolizio nel ruolo di Alceste (il protagonista della commedia).

Si narrano le vicende di un uomo (non più giovanissimo) che disprezza la società in cui vive e che – per tale ragione – sceglie di isolarsi da una realtà, e dalle sue regole, che non riesce più ad accettare. Il caso vuole che si innamori di una donna giovane, seduttiva e civettuola, perfetta esponente di quello stesso ambiente che il protagonista ha respinto. L’evolversi della storia e la sua crescente insofferenza verso la società, lo porterà all’isolamento, rifiutando definitivamente la realtà che lo circonda, abbandonato da tutti.

Non conoscevo la commedia in questione e mi ha stupito l’attualità del racconto e la descrizione di una società superficiale, basata su rapporti di opportunismo, drammaticamente vicina a quella dei giorni nostri.

Riflettendo durante e dopo la rappresentazione, mi sono riconosciuta nel protagonista e nei suoi ragionamenti. Nel suo rifiuto dei compromessi, nella sua fede incrollabile nella giustizia e nella sua difesa ad oltranza della sincerità e della coerenza.

E’ nato un conseguente mio timore di finire come Alceste, isolata e chiusa nelle proprie convinzioni, facendo sempre più fatica ad accettare quello che accade intorno a me: personaggi di dubbia reputazione che diventano dei divi venerati e vezzeggiati, persone che – grazie a conoscenze e raccomandazioni – vanno avanti nelle carriera (mentre tu, nonostante gli sforzi, rimani “al palo”), nepotismo anzichè meritocrazia, violenza, soprusi…

Spesso, davanti a quanto accade quotidianamente, mi domando se “ne valga ancora la pena” (combattere per una “giusta causa”, sforzarsi di fare il massimo, difendere l’idea della giustizia, indignarsi per le ingiustizie,…) oppure se è più conveniente abbandonare ogni speranza, rifiutando qualsiasi confronto, andandosi a rifugiare in un mondo proprio ed esclusivo fatto di libri, riflessioni, arte, teatro… Sganciandosi da qualsiasi contatto con la “realtà” (manipolata?) riportata dai quotidiani di informazione, dai reportage, ecc., latori di notizie deprimenti e pessimistiche.

Però fa riflettere quello che viene scritto in un passo della presentazione dell’opera:

Nasce una riflessione accattivante quanto attuale: cosa saremmo, se ci mantenessimo puri perché isolati? Forse nulla. Allora, nuove forme di dialogo sono necessarie, sapendo che “la perfetta ragione fugge ogni estremo e vuole che si sia savi con moderazione”.

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