L’ultima recita di Salomè all’Elfo
marzo 4, 2011 Lascia un commento
Ieri sera sono andata a vedere lo spettacolo in scena al Teatro Elfo Puccini, per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Forgia, “L’ultima recita di Salomè”.
Non voglio fare un riepilogo dell’allestimento dell’opera, ampiamento illustrato nella pagina dedicata sul sito del teatro. Quello che qui mi prefiggo è trasferire una riflessione personale sull’opera portata in scena.
Rilettura/adattamento della Salomè di Oscar Wilde, ho letto lo spettacolo come un viaggio nella mente del celeberrimo scrittore inglese, ormai sofferente e duramente provato dalla prigionia (a seguito della condanna per omosessualità).
Un sogno kitsch, circense, popolato dai personaggi della vicenda di Salomè che si fondono pericolosamente con le riflessioni deliranti di una mente stanca, negli ultimi anni della sua vita.
Una Salomè uomo che mi ha immediatamente fatto pensare alla sofferta passione omosessuale di Wilde, vissuto in una epoca che non concepiva comportamenti che non fossero “moralmente” corretti e rispondenti perfettamente ai canoni dettati dalla buona società.
Un circo popolato da personaggi molto vicini ad un Rocky Horror Picture Show, ancheggianti discinti ed evanescenti (un bravissimo ed intenso Alejandro Bruni Ocaña nel ruolo di una sensualissima Salomè che io stessa facevo fatica a vedere uomo), o coloratissimi ed arroccati su tacchi impossibili (un bravissimo ed eccessivo Enzo Curcurù in molteplici ruoli).
All’interno di questo universo bislacco ed eccessivo si muove il “solito” gigantesco ed intenso Ferdinando Bruni (nel ruolo di Wilde, Ikanaan e Erode), che porta in scena tutta la sofferenza di un uomo che non potè vivere pienamente se stesso se non a scapito della sua salute e della sua sanità mentale.
L’allestimento nella sala Fassbinder (che ricorda il caro vecchio teatro Elfo di via Ciro Menotti), ricorda un circo strampalato e stracciato: teli appesi come scenografia, un lenzuolo a far da sipario su cui vengono occasionalmente proiettate immagini in stile Super8, lustrini, piume… come un varietà di periferia.
Gli interpreti, tutti maschili, mi hanno anche rimandato al teatro dell’epoca di Shakespeare, ove recitavano solo uomini.
Tutte queste variabili, incrociandosi, creano – secondo me – una suggestione teatrale molteplice: cosa si voleva ottenere da questa messa in scena? Recuperare una antica forma teatrale? O rappresentare l’omosessualità di Wilde attraverso una raffigurazione esclusivamente maschile dell’universo umano (come se vedessimo il mondo attraverso i suoi occhi)? O tutte due, in una curiosa commistione?
Sono anni che seguo Teatridithalia nei loro allestimenti teatrali (il primo approccio col teatro di Elio De Capitani fu “Risveglio di Primavera“… un numero imprecisato di ore che – essendo la prima esperienza – mi devastò… ma fu l’inizio di una nuova era nel mio rapporto col teatro; Ferdinando Bruni invece lo vidi per la prima volta nel Caligola di Camus e fu letteralmente un colpo di fulmine… fui affascinata dalla intepretazione perversa e malata di un personaggio contrastante della storia).
Ogni volta ho apprezzato i testi e gli allestimenti sempre fuori dal comune, capaci di coinvolgere emotivamente grazie anche a sollecitazioni visive ed uditive, supportate da allestimenti teatrali innovativi.
… ricordo “Sogno di una notte di mezza estate”, “Caligola”, “Libri da ardere”, “Otello”, “Risveglio di primavera”, “Edoardo II”, “I gemelli veneziani”, “Il Giardino dei ciliegi”,…

