Stanchezza e Riflessioni

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No, proprio no.

Dovevo nascere su un altro pianeta (che non esiste)…

Non tollero la competizione
Detesto il marketing e la persuasione strumentale (già scritto un paio di giorni fa sul mio profilo Facebook)…
Detesto essere manipolata a mezzo di “grattini sulla pancia” (e poi ci ricasco sistematicamente)…
Mi arrabbio se la gente non dice “grazie” e crede (forse) che tutto gli sia dovuto.

Attraverso le giornate facendo parlare il mio lavoro (disgustata dal sistema “a marchetta”) e mi ostino ad utilizzare questo metodo.
Condivido informazioni per il gusto di condividere (ed in alcuni casi non sai se finiscono in un buco nero, non sapendo se quelli che stai trasferendo ha un senso per la controparte, o si tratta di “rumore bianco”).
Quando trovo chi cerca di soverchiarmi per far vedere che lui (o lei) è più bravo di me, prima mi arrabbio, poi lo allontano (sfinita) rinunciando a combattere.
Sono questi i momenti nei quali sento forte la “seduzione del gregge”: tornare a mimetizzarmi nella massa, rinunciando e passando il resto della mia vita in uno stato di “quieta rassegnazione”.

Io credo in valori quali la generosità, l’onestà e la serietà (professionale e di vita).
Io non voglio primeggiare, io voglio fare le cose in santa pace, senza pestare i piedi a nessuno.
E purtroppo sono anche schiva.
È per questo che mi sembra di provenire da un altro pianeta.

Posso studiare e cercare di comprendere, ma se certe cose non fanno parte del mio DNA non faranno mai parte del mio Io.
Non riuscirò mai ad integrarle, checché se ne dica.
Posso solo cercare di essere me stessa, rinforzando la struttura di protezione costruita a difesa del mio nucleo vitale, per non venire soverchiata dalla pressione e dagli eventi esterni.

Immagine tratta da Google Image

Bisogna farsi un mazzo così…

Sono stata battuta sul filo del rasoio da un articolo di Claudio Belotti sul suo blog (“Per arrivare alla vetta bisogna far fatica“): anche io avevo (ed ho) intenzione di fare qualche riflessione sulla fatica nel perseguimento dei risultati che ti sei prefissato, o delle promesse che hai fatto e che vuoi (e devi) mantenere.

Proprio sabato sera ne parlavo con mia madre, davanti ad un piatto di salumi, dopo avere visto un bello spettacolo teatrale.

E mi sono resa conto che far passare il concetto che “per ottenere le cose bisogna fare fatica“, bisogna fare altrettanta fatica.

Raccontando dei libri che leggo, dei post che leggo su Facebook di alcuni manager, imprenditori e coach (che ripetono fino allo sfinimento che bisogna scrivere quello che si vuole, che scrivendo si fissano meglio le idee, si riesce a pianificare meglio e si focalizza meglio l’attenzione sull’obiettivo finale), di quello che (mi) viene insegnato durante i corsi che seguo, mi sono sentita controbattere il classico: “Si ma…”

Personalmente sono stanca di sentire sempre contestazioni a qualsiasi tentativo propositivo.

Sono stanca di leggere commenti di persone che, contestando te, non fanno altro che raccontarsi scuse per “non fare”.

Faccio una fatica immensa nel cercare di inculcare nella testa dell’interlocutore di turno (che mi cerca per lamentarsi e stracciarsi le vesti) l’idea, la convinzione, che le cose le ottieni se fai fatica, ti impegni e ti sacrifichi. E che i risultati non arrivano subito: spesso è necessario un lungo lavoro di preparazione, studio, tempo investito e scivoloni annessi lungo il percorso. (Io sono la prima che “da’ fuori di matto” se non vede subito i risultati; infatti il medico/coach che mi sta seguendo – Fausto Madaschi – mi ha detto più di una volta, davanti ai miei segni di nervosismo: “Hai troppa fretta/voglia di vincere!”).

Queste riflessioni me le sono fatte di recente (e me le rifaccio in occasioni di particolari momenti di fatica, di scoraggiamento, di risultati raggiunti, di inizi di nuove avventure).

Circa 10 giorni fa ho completato un percorso iniziato nel 2007: ho fatto l’esame di NLP Coach. La strada è stata lunga e costellata di ripensamenti e virate. Fino a 24 ore prima dell’esame ero indecisa. Però sarebbe stato stupido cadere sull’ultimo metro, dopo tutta la fatica fatta, i soldi spesi, i libri letti e l’utilizzo sul campo degli strumenti acquisiti durante questi anni di formazione.

Non so se farò il coach. Per ora continuo a navigare a vista, sperimentando ed esplorando.

Ora ho iniziato il percorso di formazione con Toastmasters e, iniziando a studiare i loro manuali base, ho realizzato il lungo percorso che mi aspetta davanti sia dal punto di vista della Leadership, sia dal punto di vista del Public Speaking.

Ho già trascorso un po’ di sere mettendo assieme una struttura del mio primo discorso e leggendo la documentazione per rivestire ruoli di valutatore del Public Speaking altrui.

Anziché appallottolarmi sul divano guardando la Tv, ho “sacrificato” il tempo studiando documenti in lingua inglese, guadagnando anche in rimozione di un po’ di ruggine dal mio inglese inutilizzato da troppo tempo.

Anziché appallottolarmi sul divano guardando la Tv, leggo libri che possano arricchirmi sia umanamente, sia professionalmente. Con l’obiettivo di trovare spunti e rinforzi per migliorare il mio stato professionale e di vita.

Sì, forse il beneficio non è immediato.

Forse è più facile guardare i sempre più desolanti programmi alla televisione (sconfortante il panorama dei vari palinsesti). Azzeri l’elettroencefalogramma, ti distrai, ti dimentichi delle grane quotidiane che comunque non si risolveranno da sole. E domani ti alzerai e ricomincerai la tua vita, perfettamente instradata secondo desiderata altrui (o superati), proseguendo nella tua quotidianità, brontolando contro il fato.

È vero, costa fatica cercare di costruire qualcosa di migliore per te.

È vero, nessuno ti regala nulla.

È vero, viviamo in una realtà dove pare che solo chi sia raccomandato abbia la vita facile. E quindi non vale la pena fare fatica… Tanto non ce la farai mai…

Io non sono tanto convinta.

Io ci voglio provare.

Voglio provare per non trovarmi domani con il rimpianto di avere vissuto una vita non adatta alle mie strampalate aspirazioni.

Sono disposta a fare fatica, a sacrificare il mio “tempo libero” nel fare cose che mi appassionano e che – pur costando fatica – costituiscono una gratifica perché “cose mie”.

Sono disposta a dormire qualche ora in meno, a spendere qualche soldo in meno in gratificazioni immediate a favore di gratificazioni a lungo termine (durissima far comprendere che i soldi spesi nei corsi – e in altre iniziative simili – sono soldi ben spesi, rispetto a soldi spesi in scarpe-borse-abiti-accessori, e che paradossalmente spendi molto meno…).

Sono disposta a fare fatica, a scivolare, a cadere e a rialzarmi, aggiustando il tiro.

Potrò dire di averci provato, con impegno.

Anziché ritrovarmi amareggiata fra qualche anno, con un pugno di mosche in mano (conosco troppa gente in questa condizione che costituisce un monito per me).

È vero, bisogna farsi un mazzo così!

È vero, nessuno ti regala nulla.

Ma ne vale la pena…

Almeno provaci!

Immagina tratta dal sito www.basilea-3.com

Ibridazione e Contaminazione

Ho scelto per questo post una foto dell’opera di Salvador Dalì, “Geopolitico che osserva la nascita di un nuovo uomo” (1943), perchè trovo i quadri di Dalì fortemente visionari, evocativi e pregni di immagini ibride e contaminanti.

E parto da qui per riflettere sul concetto di “ibridazione” e di “contaminazione“.

Su Wikipedia alla voce “Ibrido” si legge di ibridazione biologica, chimere e altre cose che evocano immagini mitologico-orrorifiche ed immagini di orrori di sperimentazione biologica. Mentre alla voce “Contaminazione (letteratura)“, si leggono definizioni più consone all’idea che io ho dei concetti in questione.

Credo che sia molto diffusa una concezione negativa dell’ibridazione e forse è per questo che quando, durante una chiacchierata, alla mia affermazione che io mi sento un ibrido (professionalmente parlando), ho suscitato qualche perplessità.

Ma questo non ha cambiato la mia idea. Anzi, recentemente, è stata rafforzata dal libro di Herminia Ibarra, “Identità al lavoro”, che – per me – ha rappresentato una vera e propria rivoluzione copernicana in termini di approccio al cambiamento, all’interno di una realtà in forte mutazione.

Ed una ulteriore prova, nonché una concretizzazione di questa idea, mi si sta presentando davanti nel corso della prossima settimana: sarà uno dei numerosi (spero!) momenti nei quali testerò l’effettiva valenza del concetto di ibridazione professionale e contaminazione culturale. Infatti mi accingo a partecipare (come uditore neofita) ad un convegno sulle nuove professioni in ambito digitale (Job Matching a Milano, martedì prossimo 6 marzo) e mi accingo a fare un check delle capacità acquisite in ambito Coaching (l’8 marzo) e parteciperò alla presentazione del libro “Create!” di Mirko Pallera (fondatore di Ninja Marketing) previsto sempre per il giorno 8 marzo, alla libreria Fnac di Milano, con l’obiettivo di annusare l’ambiente digitale e di trarne ulteriore ispirazione.

Mi sto rendendo conto che la mia formazione accademica (laurea in Architettura) e la mia professione (lavoro da quasi 15 anni nell’Ingegneria), rappresentano già un primo fenomeno di ibridazione (come mi è stato evidenziato da tanti clienti).

Ora, nell’ultimo anno e mezzo, ho mosso i primi passi nella realtà digitale, immergendomi nel web e facendomi assorbire da questi scenari – per me nuovissimi – e dalle sue potenzialità per me quasi inesplorate.

Se a questo aggiungo il rinnovato interesse per l’Arte (il recupero di quanto studiato al Liceo Artistico) e tutte le forme di Creatività (digitale e non), una effettiva commistione di interessi c’è.

E mi trovo, come tanti (se non tutti), in un momento molto particolare e di transizione della realtà lavorativa: mi rendo conto che è necessario rivedere il concetto di professione svolta fino ad oggi (anche e soprattutto intorno ai 40 anni, la mia età, dove ci si trova a metà del percorso lavorativo).

Nei mesi scorsi mi sono presa del tempo e ho scritto (in una sorta di brainstorming in solitaria) cosa mi piace fare, cosa mi diverte e cosa mi viene facile (senza che accusi fatica fisica e mentale): sono emersi spunti interessanti e ho buttato via cose che non servivano più (in una sorta di feng-shui mentale, come dice la mia amica Sara), rimuovendo un po’ di ruggine stratificata nel tempo e focalizzando.

Ora, continuando la sperimentazione, il grosso del lavoro sta nel collegare cose nuove e cose note in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Perchè la chiave ed il futuro della (mia) professionalità è lì: bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, continuando ad indagare e a sperimentare. Continuando ad essere ricettivi, aprendo la propria mente e funzionando come i migliori radar mai esistiti. Anticipando i tempi e cercando di stare sempre un passo avanti.

Non è facile. Anzi è molto difficile.

Vanno scardinati vecchi processi mentali (cristallizzati nel tempo), vanno coltivati nuovi interessi, vanno fatti esperimenti. Va fatta (tanta) fatica. Ma, per come la vedo io, va fatto se si vuole sopravvivere e – soprattutto – rinascere.

E va buttata a mare la pigrizia e la paura. La paura dell’ignoto. Perchè “l’ignoto è quel luogo dove tutte le idee prendono forma…”.

Future Day

[Immagine tratta da Wired.it]

Oggi è stato il Future Day indetto dalla rivista Wired.

Una giornata all’insegna della tecnologia, dell’innovazione, della robotica, delle start-up.

Io, per impegni di lavoro, ho partecipato “solo” a due incontri: la riunione della redazione di Wired aperta ai lettori, e la mini-conferenza condotta da Emil Abilrascid incentrata sull’innovazione e le start-up.

Durante la riunione di redazione mi sono divertita ad ascoltare l’impostazione del giornale e la molteplicità degli argomenti trattati: dal prossimo Salone del Mobile all’Architettura, dalle auto tecnologicamente evolute alla tendenza che sta arrivando da oltre-oceano del rallentare e dell’essere silenzioso in un mondo dove tutti parlano, dalla politica ai libri.

Un bel brainstorming.

Quello che mi è sempre più chiaro, è l’importanza delle contaminazioni di ambiti diversi ma comunque collegati tra loro da un Filo Rosso molto importante: la Cultura in questo mondo dagli aspetti sempre più variegati e sfaccettati.

In serata ho ascoltato la storia della nascita di 5 start-up: MobiRev (sulla mobilità urbana), Qurami (una applicazione “time saver”, relativa alla gestione delle code negli uffici pubblici), Impossible Living (una applicazione destinata a censire gli immobili abbandonati, nell’ottica di un recupero e riqualificazione, di cui avevo letto qualche giorno fa un post di InTime), RestoPolis (una applicazione relativa alla ristorazione) e Wise (un start-up relativa all’ambito biomedicale). E’ stato interessante ed incoraggiante ascoltare dalla viva voce dei protagonisti, i successi e le difficoltà che si incontrano quando si realizza un progetto tutto nuovo.

Spettacolare la location (il ristorante temporaneo The Cube di Electrolux).

Alto il contenuto: innovazione a 360°, che ha costituito una ghiotta occasione di crescita e di raccolta di spunti di riflessioni ed arricchimento.

Si dovrebbe parlare di più, ed in modo più diffuso di questi argomenti.

Dovremmo essere sempre in di più a voler imparare cose nuove, a volerci arricchire culturalmente, a voler trovare spunti per creare e costruire qualcosa di nuovo, a volere contaminare ed incrociare argomenti disparati, trovando nuove connessioni.

La location dell’evento: The Cube

Sperimentazione vs. Programmazione

Quando ci sono in gioco i nostri possibili sé, ciò che avviene si può assimilare a una feroce competizione darwiniana in atto dentro di noi.

Ci sono dei momenti nei quali dei libri ti capitano, così come per caso… E questo è per me uno di quei momenti.

E’ un periodo nel quale ho tanti libri iniziati e nessuno finito, che porto stancamente avanti, quasi priva di motivazione, e facendo molta fatica a trovare spunti e “quel qualcosa in più” che mi fa avere l’illuminazione e l’ispirazione, accendendo i motori che mi fanno divorare ed assaporare in pieno il testo che mi ritrovo tra le mani.

Ma, proprio qualche giorno fa, cercando senza uno scopo preciso, vado (spinta da non si sa che cosa) a consultare il profilo di Anobii di Helga Ogliari e trovo tra i suoi libri, il testo di Herminia Ibarra: “Identità al lavoro – Strategie non convenzionali per trasformare il lavoro (e la vita)” (ed. ETAS – anno 2006).

Mi informo un po’, leggendo recensioni sul web, e – senza perdere molto tempo – lo ordino e – ricevuto – ne inizio la lettura.

E mi si apre un mondo…

Finalmente trovo un testo che, per come lo sto leggendo e lo sto interpretando, capovolge tutti i concetti di programmazione che – ora più che mai – mi stanno stretti.

Finalmente trovo un testo nel quale vedo scritto (nero su bianco) quanto io sto provando in questo momento che viene descritto come una transizione.

Finalmente trovo riflessioni sulla importanza della emotività e della propria storia all’interno della propria professione; professione vista come una manifestazione della nostra identità (di una delle nostre innumerevoli identità).

Finalmente viene ufficialmente sdoganata con una bella parola (“sperimentazione” e/o “esplorazione“) quella fase della tua vita professionale nella quale ti accorgi che stai vivendo un disagio che ti porta ad aprirti a nuovi interessi, navigando trasversalmente tra ambiti (dei più disparati), flirtando con nuovi sé (una espressione usata dalla stessa autrice), testando quale può essere quello da sviluppare e che ti porterà verso nuove strade.

Delle fasi di transizione, del disagio interiore e della disapprovazione della tua cerchia di conoscenze più strette (che ti vorrebbero sempre uguale) ne viene data descrizione, spiegandone la assoluta naturalezza della loro esistenza all’interno del processo di cambiamento, che può anche durare anni. D’altronde un cambiamento di identità non può essere pianificato a tavolino, non può avvenire in tempi ridotti, ma richiede tempi di gestazione adatti al consolidamento del nuovo sé.

Ed è un libro di conforto (almeno per me) perchè trovo riscontro di quello che sto vivendo ora, trovo un pezzo di me in ogni storia raccontata e trovo anche una collocazione anagrafica incredibilmente vicina alla mia età (tutte le storie raccontate riguardano persone intorno ai 40 anni e più).

Un libro che consiglio caldamente a chi sta vivendo una fase di cambiamento (magari non ancora ben definita), che sta cercando la propria strada, che si sente “vecchio” o “obsoleto” (soprattutto leggendo quello che viene scritto da più parti, con toni pessimistici) e che vuole cambiare ma non riesce a seguire i diktat della programmazione, della scrittura per obiettivi, delle “to do list” e che non trova soddisfazione nel confronto con gli head-hunter (o i consulenti vari).

Sperimentare, coltivare amorevolmente come una pianticella le proprie passioni ed i propri interessi e… “seguire il flusso” (perchè no?!).

Facendo così, senza abbandonare la speranza, e pagando (un po’ a malincuore) l’abbandono di vecchi legami a favore di nuovi legami (che ci vengono incontro con i nostri nuovi interessi), con i giusti tempi, troveremo la nostra strada…

A me è tornata la speranza ed ora mi sento sulla strada giusta, seppur un po’ caotica (per il momento…).

Non sono inconcludente. Non sono confusa. Non sto uscendo di senno.

Sto solo cambiando.

Ed adesso so che posso farlo con serenità.

A lezione di Personal Branding e Talento

“Con l’obiettivo di costruire una solida immagine di se.
Con l’obiettivo di non arrestarsi ad un metro dal traguardo.
Con l’obiettivo di abbandonare porti sicuri per conoscere nuove realtà.
Con l’obiettivo di muoversi ed essere nomadi per andare ad imparare da chi ne sa più di me.
Il tutto coi giusti tempi e ritmi, ma senza essere troppo lenti, e fidandosi dell’istinto.
Andiamo incontro al 2012…” [appunti dalla Timeline di Facebook - 21 dicembre 2011]

La riflessione che ho riportato qui sopra, scritta alla fine del 2011, rappresenta la traccia che spero di perseguire in questo 2012 (annusando la rete e restando ricettiva alle proposte che – confido – di incrociare lungo il corso dell’anno), con l’obiettivo di mantenere aperto un percorso di formazione permanente, che esuli da corsi di specializzazione meramente tecnici.

La partenza è decisamente ottima: ho ascoltato Massimo Lumiera in una Master Lecture di Casa Imbastita Campus (e venerdì prossimo parteciperò alla presentazione della nuova sede del Piemonte) e sabato scorso sono andata a Villafranca di Verona, ad ascoltare Sebastiano Zanolli sul Personal Branding (nella cornice del bellissimo Museo Nicolis).

Avevo già avuto modo di ascoltare Sebastiano per mezza giornata durante un corso residenziale a Livorno, restando con la necessità di voler sapere di più (troppo poco tempo con troppa carne al fuoco). E ho colto l’occasione di questa giornata di formazione per tornare ad ascoltarlo, per imparare qualcosa di più che uscisse dai confini del digitale (di cui avevo ascoltato da Luigi Centenaro in un Coaching Lab).

E’ stata una giornata ricca di spunti e riflessioni.

Sebastiano ha condiviso idee su come procedere nella costruzione del proprio Brand, suggerendo trucchi del mestiere, domande strategiche da porsi ed indicando quali possono essere gli errori più comuni nei quali si rischia di scivolare.

La presenza di Simone Ardoino di Creare Passaparola, è stata occasione per un rapido excursus sui social network più comuni (fonte e porta di accesso ad infinite possibilità, avendo cura di ciò che si condivide…).

Insieme ad un gruppo variegato di persone (provenienti dagli ambiti professionali più disparati: dal web, al tecnico, all’assicurativo, al design, alla moda,…), si è ragionato, si sono condivise esperienze lavorative e abbiamo acquisito tutti qualche strumento in più, da mettere nella nostra cassetta degli attrezzi e da utilizzare per costruire qualcosa di nuovo o di diverso.

Ed oggi, riflettendo sull’esperienza vissuta, ho pensato che un fondamento importante da tenere presente, la base di partenza, è comunque essere sé stessi (con le proprie caratteristiche che ci distinguono dagli altri, le nostre unicità, i nostri valori), essere congruenti (pensare ciò che si fa e fare ciò che si pensa), ascoltarsi ed apprezzarsi per quello che si è (nelle innumerevoli sfaccettature create dalla nostra esperienza).

Perchè sì, va bene, imparare tecniche di costruzione e affinamento del proprio Brand (inteso come persona fisica). Va bene, costruire a tavolino la “gioiosa macchina da guerra”. E va bene, imparare le tecniche di estrazione del proprio talento.

Ma quello che ci distingue dagli altri è la nostra unicità: tutto un bagaglio di esperienze professionali e non, che – stratificandosi – ci hanno formato e ci hanno reso unici. Secondo me questo costituisce le fondamenta per scovare i nostri talenti e costruire il proprio autentico Personal Branding (non frutto di idee e spunti “altri”).

Perché se non c’è questo lavoro di partenza (e si costruisce un brand personale a tavolino, senza fare tesoro del proprio bagaglio culturale), è come se si iniziasse a costruire una casa dal tetto (oltre che risultare poco credibili), con risultati insoddisfacenti.

Immagine tratta da Viadeo Blog

Francesco Tesei – Il Mentalista

“Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è: infinito” [William Blake]

La frase di apertura di questo post è ripresa pari-pari dalla pagina di Benvenuto del sito Il Mentalista di Francesco Tesei, che ho avuto l’onore di vedere ieri sera per la prima volta al Teatro Nazionale di Milano, con il suo spettacolo “Mind Juggler“.

Ne avevo sentito parlare per la prima volta da Claudio Belotti, che ne raccontava le gesta nel suo post “Ieri sera mi sono divertito“, di quasi un anno fa.

Da allora mi è rimasta la curiosità. Che – per pura fortuna (o forse no?!) – ho potuto soddisfare grazie ad un post dei primi di dicembre di un amico su Facebook, che annunciava il suo spettacolo di Milano per i primi di febbraio.

E finalmente, dopo la lunga attesa, ieri sera ho avuto il piacere di vedere all’opera questo straordinario personaggio.

Ho visto uno spettacolo molto bello e sofisticato, di ispirazione “magrittiana” (la scenografia e l’abbigliamento di Francesco ricordano i quadri di Magritte).

Ho visto (per lo meno ho cercato di vedere) all’opera strumenti molto sofisticati di linguistica, di suggestione e di linguaggi verbali, non-verbali e para-verbali.

Uno spettacolo per gli occhi e per la mente.

Una sfida costante nel cercare di cogliere almeno l’ombra degli strumenti utilizzati dall’artista, lasciandosi coinvolgere da suggestioni di miltoniana memoria.

Uno spettacolo da vedere, durante il quale ci si stupisce, si scuote la testa increduli, si ride (grazie all’ironia di Francesco) e si riflettere sulla nostra vulnerabilità davanti alle suggestioni alle quali veniamo continuamente esposti nell’arco della nostra giornata.

Sì, perchè Francesco Tesei ti spiega e ti accompagna in un viaggio attraverso “Pensiero – Azione – Immaginazione” (come recita il suo motto) con ironia e con l’obiettivo di farti divertire e di farti pensare.

Consigliatissimo!

L’attimo…

Carpe Diem
[Cogli l'attimo]

Orazio, da “Carmina” 1, 11, 8

L’attimo…

Già…

Quella frazione di secondo nella quale (in una sorta di distorsione temporale) tutto rallenta, e si sospende, e tu percepisci… (soprattutto, per me, con la pancia e con la mente, che scansiona ed analizza convulsamente, ponendo decine di domande di verifica e conferma)

Percepisci qualcosa e devi decidere rapidamente cosa fare e cosa rispondere.

E, spesso, se l’impatto emotivo è piuttosto elevato, ti blocchi e sei incapace di prendere decisioni “rischiose” (giudicate tali da stravaganti convinzioni limitanti), scegliendo strade più comode (la famosa e nefasta “area di comfort”).

Giocandoti così una opportunità.

M’è successo? Sì, m’è successo un’altra volta…

Quando mi rendo conto, in genere, mi guardo allo specchio e mi do’ dell’imbecille… (cosa accaduta stamattina)

E mi consolo dicendo: “Vabbè, se è destino ci sarà una seconda occasione…

Magra consolazione, ma dopo lo “shampoo” che mi auto-infliggo ci sta, per risollevare un po’ il morale…

Ovviamente questo non succede quando le decisioni devono essere prese in reali condizioni di emergenza e quando la logica gioca un ruolo fondamentale.

Lì viaggi che è ‘na bellezza!

È quando c’è in gioco la parte emotiva, quella più ricca e sfaccettata, che c’è parecchio attrito…

Tanta paura nel mettersi in gioco e nel rischiare.

Ma così facendo, si perdono delle opportunità.

E se va male??? Al limite ti viene detto di no.

Ci guadagni in chiarezza e non ti resta il dubbio di esserti giocato qualcosa di importante (per te)…

Immagine tratta da Google Image

01-02-2012 Riflessioni sulla perdita di tempo…

Il tempo che si perde nel farsi “riflessioni” su questioni (apparentemente?) indefinite è abnorme.

Lo sto percependo in maniera netta negli ultimi mesi, dove mi accorgo sempre più che quello che effettivamente va fatto, può essere svolto in 1/3 del tempo che si spende normalmente, persi in filosofeggiamenti senza fine.

Se si riuscisse a comprendere questo, avremmo molto più tempo a disposizione per costruire altro.

Invece siamo qui, a discutere di questioni che ci sono state riportate da altri, in loop senza fine.

E per capirsi bisogna fare riunioni su riunioni, volendo così dimostrare che “siamo presenti” e “sul pezzo”, parlandosi addosso.

Per quanto mi riguarda questo è uno dei più grossi dispendi di tempo ed energia, capaci di sfiancarti e distruggerti.

Sintesi. Ci vuole sintesi.

Ma alcune persone la rifiutano, spaventate dal vuoto che si verrebbe a creare se la applicassero.

Anzichè vederla come una opportunità di spazio da riempire con cose nuove, la vedono come vuoto da saturare con parole inutili.

Tutto ciò è veramente molto faticoso e difficile da sostenere.

Mentre il tempo scorre via inesorabile…

Casa Imbastita Campus

Ieri pomeriggio ho partecipato come ospite alla Master Lecture tenuta da Massimo Lumiera ed ho avuto finalmente il piacere di conoscere alcuni amici di Facebook, creatori di Casa Imbastita Campus: Mauro Baricca, Demetrio Pisani, Orazio Grillo ed Antonella Cabriolu (oltre ad avere conosciuto altri compagni digitali di chiacchierate).

E’ stata una bella lezione sulla Finanza Comportamentale, su come le decisioni “di pancia” incidono anche nell’apparentemente freddo, logico, numerico ed oggettivo mondo della Finanza. Una miriade di spunti da approfondire. Un ottimo punto di partenza e piattaforma  di sviluppo di corsi e seminari dove verticalizzare le riflessioni su questa scienza che unisce la Psicologia all’Economia.

Una riflessione molto esaustiva è stata riportata questa mattina da Antonella nel suo profilo Facebook e che riporto qui sotto, nel caso chi legge non vi riesca ad accedere:

“Le scelte economiche si basano solo sulla razionalità perfetta o sono influenzate da fattori diversi?

Sappiamo sempre qual è la scelta migliore e più conveniente quando decidiamo di spendere i nostri soldi?

Quanto incide l’emotività nelle scelte economiche, in situazione di crisi e di incertezza,  che gli imprenditori fanno per la propria azienda?

Secondo la teoria classica, esiste un homo oeconomicus in grado di effettuare tutte le scelte di tipo economico basandosi esclusivamente su fattori razionali. In realtà tale figura è solamente teorica e molti studi, partendo da Simon (Teoria della “razionalità limitata”) hanno dimostrato che l’uomo, nell’assumere decisioni, si fa condurre da una serie di altri elementi che hanno poco a che fare con la razionalità. Si  potrebbe parlare di razionalità perfetta se, nel momento della decisione, fossimo in grado di avere un quadro completo di tutti gli elementi in gioco e le conseguenze dell’uso di tali elementi. In altre parole, per effettuare una scelta a razionalità perfetta, dovremmo conoscere ogni singolo elemento, la sua influenza nei confronti degli altri elementi e le conseguenze delle interconnessioni. Davvero un quadro difficile da gestire, anche per la mente più geniale!

Il nostro sistema cognitivo ha dei limiti e le sue risorse non sono infinite. Il nostro cervello non è in grado, non trattandosi di un calcolatore, di “processare” tutte le informazioni che potrebbero essere necessaria alla definizione di un quadro completo delle possibilità. Cosa avviene allora? Il nostro cervello fa delle scelte, decide cioè di utilizzare solo alcune di queste informazioni e lo fa in modo  euristico, utilizza cioè le cosiddette “euristiche di pensiero”, che sono scorciatoie che ci permettono di fare scelte veloci, senza prendere in considerazione tutti gli elementi che entrano in gioco, ritenendole quelle migliori perché dettate dall’intuito.

Sugli aspetti psicologici, legati alle conseguenze di errori cognitivi, e sulla interazione tra psicologia delle decisioni e finanza è nato un campo di ricerca che prende il nome di “finanza comportamentale”. Questi studi dimostrano che le persone, nel nostro caso gli imprenditori, nel momento delle scelte vengono influenzati da stereotipi, pregiudizi, esperienze passate e da reazioni di tipo emotivo che variano a seconda della situazione di partenza e che hanno una connotazione particolare in caso di incertezza e di rischio, contravvenendo quindi ai  dettami della razionalità.”

La cosa che mi amareggia sempre un po’ quando assisto a queste lezioni, frequento corsi di crescita personale e non, è che c’è sempre poca gente. Vorrei vedere più gente. Vorrei vedere che c’è più gente che ha volontà di cambiare e che si attrezza con i giusti strumenti per affrontare questi periodi incredibilmente fluidi e dinamici. Invece siamo troppo pochi.

E quando parlo ad altre persone di queste esperienze, vedo sguardi che vanno dall’interessamento (perché argomenti effettivamente poco conosciuti ai più), alla incredulità, fino ad arrivare allo scetticismo puro (vedendomi rivolgere – a volte – anche sorrisetti di compatimento). Ed è un peccato, perchè vedo persone appallottolate su sé stesse, ficcate dentro loop negativi e totalmente sorde a stimoli esterni che potrebbero fornire nuovi punti di vista e vie di uscita inaspettate.

Posso anche comprendere che qualcuno mi venga a dire che certi corsi, certi Master, hanno costi elevati e comprendo perfettamente questa osservazione: sono la prima che lancia strali contro i super-master dai costi assurdi. Però, facendo i dovuti distinguo, ci sono tante possibilità per informarsi e crescere: frequentare qualche corso (e magari rinunciare ad altre gratificazioni immediate tipo un paio di scarpe nuove, inutili, una borsa,…), leggere libri, informarsi su internet (ormai un pozzo impressionante di informazioni), ecc. ecc.

Se c’è la volontà di crescere, le risorse per farlo le si trovano. Costa tempo e fatica, certo, ma il ritorno poi ti ripaga ampiamente.

Immagine tratta da Casa Imbastita Campus

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